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25 aprile 2013 4 25 /04 /aprile /2013 08:18

Assan Dina

Dina, 01

 
Assan Dina, il suo ultimo viaggio e la sua ultima dimora.
 
Per Assan Dina i viaggi all'estero sono anche l'occasione per riannodare con la memoria famigliare.
 
Aspettando la risposta del prefetto di Savoia alla sua richiesta di autorizzazione di aprire un aerodromo a due passi dal castello delle Avenières, Assan e Mary effettuano un lungo periplo marittimo alle Indie, paese di suo padre, ma anche luogo di sepoltura di sua madre.
 
Mary Shillito e Assan Dina si imbarcano a Tolone o a Marsiglia nel maggio 1928. Essi varcano il canale di Suez, discendono il mar Rosso e giugono a Colombo, capitale dell'isola di Ceylon.
 
Quest'isola, un po' meno grande della Francia, ha visto il Buddha ricevere la sua illuminazione ai piedi dell'albero Bo. Ha anche visto passare Marco Polo. Ceylon (attualmente Sri-Lanka) è sotto il dominio europeo. Gli inglesi annettono l'isola nel 1815, dopo le annessioni parziali degli olandesi e dei portoghesi. Nel 1927 una ferrovia collega come una spina dorsale il nord al sud dell'isola, passando per Colombo, la capitale posta in riva all'oceano indiano, sulla costa ovest.
 
Il padre di Assan Dina, ingegnere delle ferrovie, ha lavorato a questa costruzione? Certamente, perché la sua sposa, Charlotte Bosselet, è sepolta a Ceylon. La madre di Assan Dina è deceduta nel 1874. Suo figlio non ha che tre anni. Il padre si ritrova solo con suo figlio Assan. Questo dramma si trasforma in opportunità per il figlio. Andrà ovunque andrà suo padre a edificare ferrovie, visitando così il mondo e aprendosi a delle culture diverse e ad altre, dette "primitive", che non avrebbe certamente frequentato altrimenti.
 
Oggi e attraverso questo viaggio, Assan Dina compie un dovere di pietà filiale, un dovere di memoria. E' forse tornato una sola volta, dopo il sotterramento di sua madre, 54 anni prima? La tomba non è stata localizzata, ma probabilmente deve trovarsi nel vecchio cimitero inglese di Colombo.
 
Il viaggio di ritorno si effettua ancora con la nave, le vie aeree essendo allora ai loro inizi e limitate all'Europa e l'Africa del nord. La coppia Dina sale a bordo della "Orient Line", una compagnia inglese che collega Southampton, Tolone o Marsiglia, Suez e Colombo. La nave passeggeri ha una stazza di 12.000 tonnellate e si chiama Orsova, dal nome di una città portuale sul Danubio rumeno. Vi sono diversi ponti o classi. I Dina viaggiano in prima classe? La nave, per occupare i suoi passeggeri, possiede una "smoking room" così come una music room".
Orsova 52.jpg (25832 octets) Orsova 32.jpg (18258 octets)
Orsova smoking2.jpg (20882 octets) Orsova music2.jpg (22052 octets)

Foto dell'Orsova.

 

Immaginiamo Assan Dina suonare il piano a bordo, lui che suona tutte le sere alle Avenières con quel potente organo installato al primo piano, nell'estensione al di sopra del portico dell'entrata e di cui la tastiere, trasferita, si trova al pianoterra.

Ma siamo al 24 giugno 1928.

C'è un sole pesante? Siamo nelle giornate più calde dell'anno. Ci devono essere 40° nelle cabine, o giù di lì. Non vi è aria condizionata. Alcune eliche a due pale, attaccate al soffitto, cercano di smuovere l'aria torrida delle sale dei fumatori e della musica, sicuramente senza alcun risultato.

La catastrofe arriva, subitanea.

L'Orsova è nelle vicinanze del canale di Suez volto a sud. Assan Dina decede quel giorno, o durante la notte successiva.

Cos'è accaduto?

Nessuna circostanza del decesso è nota. Le voci si spandono veloci: Mary Shillito avrebbe fatto avvelenare suo marito che stava per lasciarla per un'altra, o, secondo una seconda versione, Mary

 

 

tter pour une autre, ou, deuxième version, Mary Shillito aurait fait empoisonner son mari qui allait par testament léguer sa fortune à quelqu'un d'autre. Une troisième version court également selon laquelle il aurait été empoisonné en mer par une de ses maîtresses avec un poison qui ne laisse pas de trace.

Que peut-on raisonnablement penser?

 

Assan Dina a 57 ans.

 

Nous avons vu précédemment qu'il devait consulter son médecin, mais qu'il semblait se soigner par le mépris, remède universel. Les photos de lui nous montrent son embonpoint. Ne devrait-on pas tout d'abord et en toute logique penser à une maladie subite ou presque: accident cardiaque, tellement fréquent à cet âge pour les hommes corpulents, ou à une rupture d'anévrisme, ou à une gastroentérite fulgurante, autrement connue sous le nom de "tourista", au vu des conditions d'hygiène alimentaire du bateau par ces très fortes chaleurs? Cette dernière possibilité a ma préference car elle reprend l'idée de l'empoisonnement. Une "tourista" est une sorte d'empoisonnement alimentaire involontaire suite à la consommation de choses avériées ou porteuses de bactéries.

 

Quoi qu'il en soit, la fortune d'Assan Dina est très largement infèrieure à celle de sa femme. N'oublions pas qu'un contrat de mariage est établi, séparant les fortunes. C'est Assan Dina qui devait redouter un abandon, pas l'inverse.

 

Mary Shillito aurait-elle été une femme abandonnée par son mari au profit d'une autre, la transformant en une tueuse vindicative ? N'oublions pas, là encore, qu'avant sa connnaissance d'Assan Dina, Mary haïssait les hommes, "ces cochons", aversion partagée par toutes ses relations féminines. Leur mariage a-t-il seulement été consommée ?

 

Pour ma part je pense que le décès, faute d'élément contraire, est dû simplement à un accident de santé, comme il en arrive encore malheureusement tous les jours, alors que l'environnement sanitaire est bien meilleur.

 

Mary Shillito fait alors enterrer son mari au cimetière protestant de la communauté anglaise de Suez. Elle y reviendra certainement quelques temps plus tard, vérifier la bonne exécution de la tombe de son défunt mari, son frère dans leur quête du monde de l'invisible, en compagnie de René Guénon. Nous allons voir celà ensuite.

 

Je retiendrai que par un clin d'oeil du destin, comme Assan Dina aimait à les pister, l'arcane XIII du tarot des Avenières, l'arcane "sans nom", pour ne pas nommer la mort, est représentée fauchant les têtes et les pieds des hommes sur fond de feu et du désert lybique, désert où se voient les grandes pyramides d'Egypte et le sphinx énigmatique, dévoreur de l'homme qui ne sait répondre à la question fondamentale de l'existence.

Pressentait-il sa fin dernière en ce lieu qu'il fit si exactement représenter?

 

 

 

Assan Dina, sa tombe Assan Dina, inscription mortuaire sur sa tombe

Cliquez sur les photos pour les voir en grand

 

 

Sur l'épitaphe est inscrit: ici repose ASSAN DINA qui mourut dans le golfe de Suez au retour d'un pélerinage de tendresse filiale à la tombe de sa mère morte il y a 54 ans (sur) l'ile de Ceylan. Son coeur profond se s(ouvient) après tant d'années et (ce) fut son dernier voyage. Ile Maurice 12 avril 1871 - Suez 24 juin 1928.

 

Par un heureux hasard du destin cette tombe est parvenue jusqu'à nous.

Tout d'abord elle menace ruine en 1953, et nécessite une réfection. Le responsable du cimetière écrit alors une lettre à la famille de Madame Shillito, sachant celle-ci décédée. La lettre arrive aux Avenières, permettant nous de localiser cette tombe dont on doutait même de son existence. Son absence justifiait alors la thèse d'un assassinat par noyade en mer, de nuit de  préférence.

 

Ensuite durant la guerre des six jours israélo-arabe, en juin 1967, les chars hébreux déferlent jusqu'à la frontière égyptienne, sur la rive ouest du canal dont ils prennent le contrôle. Les chars labourent le cimetière de la communauté anglaise. Presque toutes les tombes sont ravagées, mais sauf celle d'Assan Dina qui est miraculeusement épargnée.

 

Après ce coup de tonnerre dans sa vie, Mary Wallace Shillito, veuve Dina, rentre seule aux Avenières.

 

Que vont devenir les projets de feu son mari, comment Madame veuve Dina va-t-elle réorganiser sa vie?

La Via dell'Alchimia - in Personaggi
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2 marzo 2013 6 02 /03 /marzo /2013 07:00

Assan Dina

Dina, 01Gli ultimi anni e il suo ultimo viaggio

 

 

6- Assan Dina, la curiosità scientifica e l'appetito tecnologico:

 

Nel 1923 l'astronomo Joseph Vallot (1854-1925) si interroga sulla sorte dell'osservatorio che egli fece costruire a più di 4300 m di altitudine, in cima al Monte Bianco. Porta ancora oggi il suo nome, l'osservatorio Vallot. Avendo sentito parlare della Fondazione Dina, chiede al signor Danjon di incorporare questo osservatorio alla Fondazione, essendo anch'egli alla fine della sua vita e non avendo più risorse finanziarie. Assan Dina dà il suo accordo e l'11 novembre 1923 una promessa di vendita viene firmata. Assan Dina paga i 18.000 Franchi d'aconto richiesti.

dina6-1.jpgL'osservatorio Vallot nel 1926, a 4300 metri di altitudine. Foto tratta dalla rivista "L'Illustration".

 

dina6-2.jpg... e lo stesso, sempre in piedi e modernizzato, nel 2002.

 

Per Assan Dina e Mary W. Dina l'arrivo dell'osservatorio Vallot nella Fondazione rappresenta l'opportunità di aprire il loro progetto iniziale, di completarlo. Per la sua specializzazione quest'osservatorio, dedicato al sole e all'atmosfera terrestre, non può che infiammare Assan Dina, se il termine non è eccessivo. Non dimentichiamo che è l'autore dell'opera Chair tangible de l'infini, ou l'Astre-Dieu [Carne tangibile dell'inifinito, o l'Astro-Dio], che tratta del Sole, studiato sotto l'angolatura metafisica e fisica. Questo libro è stato pubblicato nel 1917, nove anni prima.

 

In un primo tempo Assan Dina si dedica ai problemi legati al suo funzionamento, alle difficoltà del suo rifornimento ad alta quota, a più di 4.000 metri. Infatti soltanto i trasportatori e le guide d'alta montagna di Chamonix, villaggio situato in basso nella vallata, possono portare sul loro dorso pasanti bagagli, forzatamente limitati come pesi. Essi salgono ad un livello superiore ai 3.000 metri, che necessita alcuni giorni di marcia e bivacchi a media altitudine. In queste condizioni il materiale trasferito all'osservatorio Vallot è a prezzo d'oro. Gli astronomi che vi risiedono durante le campagne di studio sono dei veri cosmonauti, privi di ogni cosa, viventi in ambiente ostile. Assan Dina desidera utilizzare l'aviazione, appena ai suoi primi passi, per risolvere questi problemi. Forte delle sue relazioni con il mondo dei generali beneficia della disposizione del tenente Thoret, aviatore, un asso della prima guerra mondiale. La rivista L'Illustration descrive quest'esperienza.

 

Revue "L'illustration" du 6 novembre 1926 Assan Dina et l'Observatoire Vallot 1 L'observatoire Vallot sur le Mont Blanc Assan Dina et l'Observatoire Vallot 2

Cliccare sulle foto per leggere l'articolo.

 

Questa foto di Assan Dina è eccezionale. Oltre all'estrema rarità delle foto di Assan Dina, quest'ultima lo mostra in piedi. Assan Dina si tiene a destra sulla foto. È più piccolo degli altri due uomini, il tenente Thoret, aviatore, a sinistra, e l'ingegnere Maurice Farman, al centro. Assan Dina ha dei capelli bruni e porta i baffi. Indossa un vestito chiaro e delle calzature scure. Di solito porta sempre delle calzature bianche, a sentir le persone anziane di Cruseilles.

Dina-6-5.jpg

 

Soffermiamoci un istante sugli altri due uomini.

Maurice Farman, competitore ciclista e automobilista, è innanzitutto un appasionato di aviazione. Costruisce soprattutto dei bombardieri biplani, utilizzati durante la prima guerra mondiale, degli idrovolanti, di cui l'esercito giapponese si serve durante l'annessione della Cina. Crea con i suoi fratelli una compagnia d'aviazione. Co-pubblica una serie di osservazioni sulle comete delle Leonidi, nel 1903 e 1907, soprattutto con Henri Chrétien - che abbiamo incontrato in precedenza - sotto la guida del signor Deslandres, che diventerà direttore dell'osservatorio di Parigi nel 1927. Egli pubblica alcune opere sull'aviazione, l'automobile, l'aerostazione e l'astronomia: Les Merveilles aériennes, Paris Fritsch 1896, Manuel du conducteur chauffeur d'automobilesParis Tignol 1900, 3000 kilomètres en ballonParis Tignol, 1901, Mesures d'Etoiles doubles, faites à l'observatoire de Chevreuse de 1904 à 1906, Paris Gauthier-Villars 1907. È dunque un uomo completo con cui abbiamo a che fare, quasi fuori del comune.

Il tenente Thoret, da parte sua, consegue i seguenti record: da 5 all'11 giugno 1926 effettua un raid aereo ufficiale Parigi-Genova-TorinoMolano-Venzia-Digione-Parigi in 45 ore con doppia attraversata delle Alpi. Il 21 luglio 1926 un nuovo raid aereo Parigi-Praga-Varsavia in 21 ore - di cui 45 ore con doppia attraversata delle Alpi. Il 21 luglio 1926 un nuovo raid aereo Parigi-Praga-Varsavia in 21 ore - di cui Varsavia-Parigi 1450 km in 10 oredi volo alla velocità media di 145 km/h, è registrato. È anche detentore del record di "volo a vela" della durata di sette ore consecutive sin dal 1908. Questo volo consiste nel planare facendosi trasportare dalle correnti ascendenti che spingono letteralmente l'aereo, quest'ultimo essendo a motore spento. Crea nel 1924 "l'Ecole des Remous" lungo la piccola catena montuosa delle Alpilles (dipartimento delle Bouches-du-Rhône, nel sud della Francia) dove questo tipo di volo è insegnato. È a quest'uomo estremamente esperto che Assan Dina affida il test del rifornimento aereo del suo osservatorio in quell'inizio di settembre 1926.

Assan Dina ha dunque trovato qui due uomini validi. Come fare per incontrare e allearsi con tali persone?

Con quell'aereo il tenente Thoret utilizza il metodo del bombardamento, metodo modificato per assicurare un lancio di materiale sul Monte Bianco. L'operazione è un successo. L'aereo essendo un biposto di scuola, Assan Dina diventa così un aviatore-passeggero. Il giornale "Il Mattino" del 24 ottobre 1926 mostra Assan Dina vestito da aviatore.

Assan Dina vuole anche impiantare in prossimità dell'osservatorio una eolica, allo scopo di risolvere il problema dell'energia elettrica. Sollecita il signor Breguet, ingegnere aeronautico ed elettricista, attraverso la mediazione del generale Ferrié. In una lettera del 22 novembre 1924 a Danjon, Assan Dina scrive a proposito dell'eolica, chiamata il "mulino a vento del Monte Bianco": "Per accumulare 5 KW alla batteria, con un vento di 10 m al secondo, occorre un'elica a 4 pale di 7 metri di diametro. Non è ancora molto, e con un pilone basso da 5 a 6 m di altezza, avremmo quanto ci occorre in quel punto così ben battuto dai venti. Potremmo anche giungere a 9 m di altezza, e avere un'elica dagli 8 a 9 m di diametro... Ma un fattore che mi preoccupa molto è la necessità di fermare l'elica quando il vento dovesse raggiungere dai 15 a 20 m al secondo. Mi sembra che se potessimo andare oltre, guadagneremmo molta forza, e senza dubbio dai 12 a 15 KW... il che sarebbe un vero successo, ed è quel che ho domandato... Un punto mi inquieta: il signor Bréguet ammette una velocità di 4.000 giri al minuto, per il generatore di corrente. Questa velocità è troppo grande. A mio avviso 2.500 giri bastano...".

Ma la curiosità scientifica di Assan Dina e la sua attrazione per tutte le nuove tecnologie non possono andare contro gli elementi. Un'eolica in cima al Monte Bianco? La brina, il ghiaccio ed i venti distruttori ne proibiscono la realizzazione. Per quest'uomo venuto dalle isole, di un lontano paese dal clima tropicale, tener conto delle specificità alpine non è facile.

Assan Dina non dimentica il castello delle Avenières.

L'iltimo grido in materia di comunicazione: il telefono è dunque installato al castello. Qui sotto la carte intestata dei Dina. Il loro numero telefonico è il n° 1. I Dina sono dunque i primi del comune ad aver il telefono.

dina6-6Logo della carta intestata della coppia Assan et Mary Dina

 

Se il telefono trasporta istantaneamente le parole - benché il servizio non sia utilizzabile che per alcune ore al giorno durante quest'epoca - e se il treno trasporta le persone sino a Saint-Julien-en-Genévois, non vi è poi nessun mezzo di trasporto per salire al "castello". Si deve andare a piedi alle Avenières, o in carrozza tirata da un cavallo, per dieci chilometri di salita.

Questo problema è una preoccupazione costante per la coppia Dina. Un progetto viene dunque lanciato molto presto, dovuto alla necessità assoluta di creare una strada per il futuro osservatorio non distante da lì. Nell'attesa, Assan Dina e Mary Shilito acquistano un cingolato Citroën, la Kégresse, vettura adatta ad ogni tipo di terreno capace di passare su strade fangose e sassose, in attesa di una strada più carrozzabile. Delaunay è reclutato come autista-meccanico e la sua moglie come domestica. Essi sono al servizio del "principe Dina", intorno agli anni 20.

Mary Shillito e Assan Dina accanto alla loro vettura e al loro autista, il signor Delaunay. Kegresse Dina.jpg (48763 octets)

  Kegresse 1920.jpg (44085 octets)

Questa fotografia di un'altra Kégresse mostra il cingolo della parte posteriore. Questo veicolo adatto ad ogni terreno è in genere utilizzato dagli eserciti.

Infine, bisogna menzionare un altro strumento che Assan Dina fa installare al castello. Quest'ultimo non è una innovazione tecnologica ma rappresenta tuttavia una vera prodezza tecnica. Nel settembre del 1918, uno stupendo organo, appositamente costruito per les Avenières, viene installato al primo piano, sul lato nord della dimora. La pianola è trasferita al pianoterra.

Quest'organo è descritto nel libro di Ernest Perrier de La Bathie, dedicato agli "Orgues savoyard" pubblicato nel 1930 ad Annecy. Il costruttore dell'organo è il signor Mutin, successore di Cavaillé-Coll. Questo grande organo da salone, dallo stile rinascimentale, era dotato di 30 registri. Assan Dina aveva pensato a delle aggiunte nel 1928. "Tutte le sere il 'principe Dina' suonava per far addormentare la Signora" diranno i Delaunay alla loro figlia.

Scopriamo che Assan Dina, oltre ad essere viaggiatore, ingegnere appassionato dalle novità tecnologiche, filosofo-scrittore, conferenziere, simbolista, alchimista, è anche un musicista, un organista. Quest'uomo dal percorso non convenzionale è inoltre ecclettico.

Assan Dina ha altri progetti in testa, servito da un finanziamento che sembra inesauribile. Lo stesso giorno acquista un aereo e due idrovolanti per dei collegamenti che egli progetta tra i laghi savoiardi. Egli desidera senz'altro stimolare un turismo aereo. In effetti durante quest'epoca le iniziative private si moltiplicano nel settore totalmente nuovo dell'aviazione civile. Delle società d'affari vengono create parallelamente alle società che si mettono a fabbricare degli aerei (Farman, Breguet, Potez). Quali sono gli aerei acquistati? Forse degli aerei militari declassati con un velame in tela rinforzata, forse dei Farman?

Sfortunatamente non ci sono dei documenti noti che permettano una risposta, ma è certo che Assan Dina desidera sviluppare l'uso dell'aereo. Esce dal suo campo professionale e pensa di sviluppare delle attività di viaggiatore. Ha inoltre come progetto di fare il giro del Monte Bianco in aereo ai visitatori danarosi. Si vede anche più tardi dirigere una società di trasporti aerei, promessa ad un buon futuro? Tutto va in questa direzione.

In collaborazione con l'osservatorio Vallot, un primo aerodromo viene istallato nella piana di Chamonix. Assan Dina progetta anche di installare un piccolo aerodromo nelle immediate vicinanze del castello des Avenières, per uso privato. Richiede l'autorizzazione al prefetto dell'Alta Savoia.

Aspettando una pista d'atterraggio alle porte delle Avenières, il solo mezzo per accedere al castello rimane la strada in corso di costruzione. Abbiamo visto che il Genio Alpino, di stanza a Grenoble, ha prestato il suo aiuto nella realizzazione della strada del Salève sotto la direzione del generale Hellot, nel capitolo concernente il telescopio sul monte Salève. Il generale Hellot ha scritto due libri e una prefazione per un terzo sull'arte dell'"Attraversamento dei fiumi di fronte al nemico"]. E' uno specialista del Genio. In quanto capitano, nei primi anni del 900, ha partecipato alla "pacificazione" del Madagascar. Redige un libro nel 1900.  allora capitano: "La pacificazione del Madagascar (operazioni dall'ottobre 1896 a marzo 1899). Opera redatta secondo gli archivi dello stato maggiore del corso di occupazione, di F. Hellot". Assan Dina incontra il generale Hellot. Essi hanno in comune la loro esperienza del Madagascar, ognuno nel proprio rispettivo campo. Si sono incontrati? Nessun elemento noto lo indica, ma l'eventualità è molto probabile. Assan Dina conserva nei suoi affari alle Avenières un articolo tratto dalla rivistas "L'Illustration" sull'osservatorio situato nelle immediate vicinanze della capitale del Madagascar.

Quando giunge l'inverno alle Avenières, Assan Dina, ha piacere di partire in compagnia delal sua sposa verso località più calde verso il mezzogiorno delal Francia, come mostra la lettera riprodotta qui sotto.

Dina-hotel-Astoria-Menton6-9.jpg

 

 

 

 

dina-6-10.jpgManifesto pubblicitario degli anni 30, per la promozione della "dolce vita" a Menton. La donna è già un elemento insostituibile per i pubblicitari, ma durante quest'epoca deve essere vestita e rimanere distante dal mare.

 

Questa lettera ci informa che Assan Dina passerà alcune settimane a Bar-sur-Seine, presso  Boccard-Laurey, nell'aprile del 1919. So tratta di Lucien Boccard, testimone di nozze di Dina, dell'età allora di 52 anni, o di uno dei parenti di quest'ultimo, allo scopo di occuparsi dell'idroelettrificazione del mulino industriale dei Bourguignons, villaggio vicino a Bar-sur-Seine, e che appartiene loro?

Resta sempre il fatto che che Assan Dina e sua moglie Mary Shillito partono per alcune settimane per Bar-sur-Seine e alloggiano a casa di Lucien e Louise Boccard, nel loro castello di Val Seine.

Lucien Boccard, nato nel 1862, è di professione un incisore e venditore di pietre preziose. I suoi genitori si occupano dell'impianto molitorio di Bourguignons, vixino a Bar-sur-Seines, nel dipartimento dell'Aube. La loro abitazione è una dimora borghese, detta "castello di Val Seine", risalente alla fine del XIX secolo e acquistata alla famiglia del Visconte de Fontarce, uomo dall'immensa fortuna.

 

Cliccare qui per delle foto del castello della Val Seine o sulla foto sottostante

dina6-11.jpgCastello della Val Seine a Bar-sur-Seine, dal lato del parco, ed il suo viaggio per Cytera in primo piano, in mezzo all'acqua.

 

Il signor Lucien Boccard-Laurey, intagliatore di pietre preziose parigino, diventa anche industriale a Bar-sur-Seine, e si occupa insiema Assan Dina della costruzione della centrale idroelettrica, come abbiamo già detto. Stranamente Assan Dina si spostava con una roulotte lussuosa, come testimonia la signora C. K. nella testimonianza famigliare. Indubbiamente ai primi tempi della sua venuta a Bar-sur-Seine utilizzava questo mezzo per albergare facilmente.

Giunse poi il periodo in cui risiede anche al castello di Val Seine. Ha dovuto legarsi di amicizia con la sua relazione professionale, Lucien Boccard, durante l'edificazione dei piani della centrale idroelettrica poi con la sua realizzazione, lavori che non sono stati compiuti in una sola volta. Questo nuovo amico diventa anche il suo testimone di nozze nel 1933.

Mary Shillito, sposa Dina, deve trovare anche nella sposa di Lucien Boccard, Louise Boccard, una interlocutrice di talento. Infatti questa domma molta bella, bionda, intelligente, molto colta, è anche membro della famosa Società Teosofica all'interno della quale numerosi personaggi, citati in altre pagine di questo blog, si ritrovano. Lei è dunque un'amica capace di tenere molte discussioni interessanti sull'esoterismo, soggetto che li appassiona entrambe. Queste due coppie lasciano una traccia viva nella memoria di Bar-sur-Seine.

Ma facciamo un salto verso il tempo presente e fermiamoci nei paraggi del 1985.

Una breve voce....

Nel castello di Val Seine, Assan Dina avrebbe fatto rappresentare le lame minori del gioco divinatorio del Tarocco. Il giardino avrebbe contenuto delle sculture o una sistemazione particolare per dare un insegnamento segreto.

Bertrand Jacquet, scopritore dei mosaici  del castello delle Avenières nel 1967, doveva scrivere un'opera intitolata "Les maisons de l'adepte" [Le case dell'adepto]. Questo libro non viene pubblicato. Tuttavia l'articolo pubblicato su Bertrand Jacquet sul giornale "L'express mauricien" del 28 novembre 1978 dice: "I mosaici della cappella delle Avenières e i bassorilievi che si trovano sulle colonne del tempio filosofico (da intendere: del Tempio dell'Amore) di Val Seine costituiscono, secondo Jacquet, un tarrocco alchemico completo, con i suoi 22 arcani maggiori e 56 arcani minori.

I bassorilievi del piccolo tempio sono infatti un bestiario alchemico di 222 figure di animali. Una vertigine di simboli. Si viene schiacciati da questo fantastico intreccio di segni, di forme. Ci si pongono mille domande. Tutte senza risposte. Chi era Dina? Aveva scoperto il segreto della pietra filosofale.

Articolo del giornale "L'Express" dell'isola Mauritius, nell'oceano indiano.

dina6-12-Express mauricienCliccate sulla foto per leggere integralmente l'articolo

 

Questa asserzione è ripresa dall'eccellente opera pubblicata nel 1992 "Fulcanelli Dévoilé", di Geneviève Dubois, a pagina 39: "Nel 1978, in un altro castello che gli apparteneva, a Bar sur Seine, un Tempio del Tarrocco (bassorilievi che rappresentano gli arcani minori) è stato scoperto, così come una prima opera...".

Cosa ne è stato? 

Assan Dina non ne è il proprietario, e non lo è mai stato, del castello di Val Seine.


Soffermiamoci infine sulle 220 figure di animali scolpiti sulle otto colonne portanti della cupola del tempio. Oggi, sfortunatamente, le colonne sono lisce, come mostra la foto del tempio di Venere. Esse sono visibilmente recenti (1985-1995 circa) e hanno dovuto sostituire le precedenti, certamente molto degradate, rispetto alla cupole che sembra originale. Si possono comparare le colonne del 1978 (foto del giornale) con quelle d'oggi.

La dfferenza è netta. I capitelli originali, posti sulla cima delle colonne, sono quadrati. Inoltre il capitello di Destra, sulla foto, sembra scolpito. Per di più il piede delle colonne si allargano giungendo al suolo, il che non è il caso delle attuali colonne. Infine una terza differenza è notevole: la colonna originale più a sinistra mostra di essere costituita da un impilamento di cinque parti. Sulle colonne recenti, non si riscontra nessun impilamento. Ogni colonna sembra essere tagliata da un blocco verticale.

In conclusione le 222 figurine animali sono sparite del tutto, impedendo il loro studio simbolico, sia che l ecolonne antiche siano state rubate sia che siano state oggetto di un cambiamento per via della loro degradazione.

La perdita simbolica è importante per conoscere l'opera di Assan Dina? Non credo perché a mio parere queste sculture sono state fatte sulle colonne sin dall'origine, alla costruzione del tempio d'Amore e nello stesso periodo della costruzione dello stesso castello. Ricordiamoci che il primo proprietario del castello è il visconte Trumet de Fontarce, e non la famiglia Boccard, e ancor meno Assan Dina. Queste sculture sono dunque estranee a Dina e non devono essere prese in considerazione nella sua opera, benché ci rammarichiamo per la loro perdita così come per quella della statua di Venere.

 

Nel 1978 dina-6-14.jpg Oggi dina-6-15.jpg

Il Tempio di Venere o Tempio dell'Amore, del parco del castello di Vak Seine a Bar sur Seine, nell'Aube.

 

Assan Dina Mary Shillito alternano dunque il loro tempo tra il castello delle Avenières, il castello di Val Seine, Parigi e la Costa Azzurra. Il castello delle Avenières è piuttosto un luogo di vileggiatura, come una residenza estiva. Tuttavia vi lavora anche, come abbiamo visto, e visibilmente vi traccia il suo futuro, come la creazione dell'aviazione e esotericamente la ricerca astronomica. A Bar sur Seine lavora come ingegnere idraulico. Quando sono a Parigi Dina incontra delle persone, sia sul piano professionale sia su quello personale. Bertrand Jacquet ci informa che dà delle conferenze sulle civiltà indiane e cinesi nel 1912. Frequenta con sua moglia le librerie esoteriche. Assan Dina si reca anche all'estero. Con Lucien Boccard compie un viaggio in Algeri, come sostenuto dalla signora C. K.

 

 

 

 

 

[Traduzione di Massimo cardellini]

 

Assan Dina. Les dernières années et son dernier voyage

Assan Dina non dimentica il castello delle Avenières.

 

L'iltimo grido in materia di comunicazione: il telefono è dunque installato al castello. Qui sotto la carte intestata dei Dina. Il loro numero telefonico è il n° 1. I Dina sono dunque i primi del comune ad aver il telefono.

dina6-6Logo della carta intestata della coppia Assan et Mary Dina

 

Se il telefono trasporta instantaneamente le parole - benché il servizio non sia utilizzabile che per alcune ore al giorno durante quest'epoca - e se il treno trasporta le persone sino a Saint-Julien-en-Genévois, non vi è poi nessun mezzo di trasporto per salire al "castello". Si deve andare a piedi alle Avenières, o in carrozza tirata da un cavallo, per dieci chilometri di salita.

La Via dell'Alchimia - in Personaggi
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19 ottobre 2012 5 19 /10 /ottobre /2012 15:30

Paolo Lucarelli (Torino, 27 settembre 1940 – 13 luglio 2005) è stato un alchimista italiano. Si laurea in Fisica all'Università di Torino dove svolge, per conto del CNR, ricerche sui metalli. In seguito assume importanti incarichi in una nota multinazionale.


Conobbe Eugène Canseliet. È autore di Lettere musulmane. Riflessioni sull'Alchimia.


Curò la traduzione e il commento della Turba dei Filosofi, dell'opera omnia di Eugène Canseliet, di molti testi di R. A. Schwaller de Lubicz, del celeberrimo Il Mistero delle Cattedrali di Fulcanelli, delle Opere di Eireneo Filalete, dei Tre Trattati Tedeschi di Alchimia del XVII secolo attribuiti alla misteriosa Rosa Croce d'Oro. Cura e traduce, inoltre, Isaac Newton, scienziato e alchimista di Betty Jo Teeter Dobbs e Alchimia di Johannes Fabricius.

 


Nota della redazione di Airesis: Nel giugno 2001, alla nascita di Airesis, chiedemmo a Paolo Lucarelli l'autorizzazione a ripubblicare e diffondere nuovamente, questa volta per mezzo del web, la serie di scritti sull'alchimia pubblicati negli anni '80 su Abstracta. Lucarelli, dopo aver valutato il progetto, acconsentì senz'altro, ed aderì anche al comitato scientifico promotore dell'iniziativa. Gli sarebbe piaciuto inoltre, ci disse, col tempo, rivedere quegli scritti, aggiornarli in base alle sue nuove conoscenze e alle sensibilità maturate nel corso degli anni. Quattro anni dopo, nel luglio 2005, Paolo Lucarelli ci ha lasciato. Nell'ospitare la serie completa dei suoi scritti apparsi su Abstracta, Airesis offre l'estremo omaggio alla memoria dello studioso e discepolo della Filosofia Ermetica.

 

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Per una storia della filosofia ermetica / 1

Le origini dell'alchimia

Paolo Lucarelli

Dopo i primi tre lavori dedicati ad alcuni tra i fondamenti teorici della filosofia ermetica, Paolo Lucarelli inizia una nuova serie di interventi in cui ripercorrerà a larghi passi, ma con grande scrupolo storico e filologico, la storia dell'alchimia per metterne in luce taluni aspetti fondamentali.


 


Alchimista al lavoro

Alchimista al lavoro (affresco del XV secolo).


La letteratura sull'Ermetismo, nell'Occidente contemporaneo, per quanto possa sembrar strano in un' epoca che gli appare affatto indifferente, è vastissima e si è ulteriormente ampliata negli ultimi decenni. Sfortunatamente, salvo alcune sparute eccezioni[1], essa appare curiosamente deforme, per lo più inutile per chi voglia seriamente approfondire il tema. Si distingue in due filoni principali, riconoscibili ognuno da un capostipite di successo. Marcelin Berthelot[2] ha inaugurato nel secolo scorso lo studio attento ed esauriente sull'alchimia dal periodo alessandrino a quello medioevale. A lui, ed alla sua scuola, dobbiamo il recupero di rari manoscritti siriaci e greci, nelle uniche edizioni ancora oggi disponibili. Il Berthelot era un chimico di fama, e non si scostò mai dall'opinione che l'alchimia fosse una specie di prechimica, più o meno rudimentale. Tutti i suoi studi e le sue ricerche mirarono ad indagare in tal senso il valore dei testi che traduceva e pubblicava, in un inane tentativo di dimostrare che sotto un linguaggio fintamente esoterico, si celavano banali operazioni metallurgiche, più o meno male interpretate dagli stessi sperimentatori. Questo modo di affrontare il problema è proseguito senza dubbi o tentennamenti sino ad oggi, malgrado sia evidente che gli studiosi che se ne fanno carico siano per lo più costretti o a rinunciare alla comprensione della maggior parte dei testi, O a considerare i nostri antichi predecessori degli ingenui inguaribili, nel migliore dei casi un po' imbecilli, che amavano ripetere operazioni inutili senza alcun risultato probante, tutti presi da una forma, fortunatamente innocua, di monomania schizoide. Ogni tanto, felice caso, scoprivano un nuovo composto o una procedura utilizzabile per scopi meno nobili di quelli cui miravano dichiaratamente, e allora si arricchivano tingendo stoffe, o si ubriacavano nascostamente di ottimo "brandy", o, i meno onesti, proponevano leghe di princisbecco ad altri imbecilli che le prendevano per ottimo oro. Un esempio relativamente recente, da parte di un esperto di alchimia alessandrina[3], è particolarmente illuminante su questo strano modo di pensare. Avendo esaminato i diversi procedimenti alchemici nei quali ricorre un "corpo", che gli ermetici greci chiamavano "zolfo", scopre che non è descritta nessuna tra le reazioni, estremamente evidenti peraltro, dello zolfo comune. Del tutto indifferente alle esortazioni degli stessi testi ("il nostro zolfo non è lo zolfo volgare, il nostro zolfo è zolfo vivo...") ne deduce che gli autori (in particolare Zosimo di Panopoli) non avevano alcuna capacità sperimentale, anzi, nessun interesse per una sperimentazione effettiva. Non è nemmeno sfiorato dal dubbio, che non si stia parlando dell'elemento chimico con cui è abituato ad operare[4]. All'estremo opposto, un altro gruppo di studiosi si riconosce per l'assoluta ignoranza tecnico-scientifica. Questo ha permesso un'osservazione dei testi ermetici senza alcun pregiudizio del tipo descritto, e li ha condotti ad un'esegesi che legge ogni affermazione o descrizione in senso allegorico.

Qui sono nate alcune sottoscuole, che dipendono dalla cultura personale che filtrava le singole letture. C.G. Jung ha inaugurato l'interpretazione psichica che immagina gli alchimisti patire, più o meno inconsapevolmente, un linguaggio metallurgico che cela un processo definito di "individuazione", o con altri oscuri termini similari[5]. Altri più vicini allo storicismo religioso o antropologico, ne hanno mediato le teorie con commenti appropriati. A tutti questi si sono aggiunti, sparuta schiera di fondo, i cosiddetti "esoteristi" che hanno racchiuso ogni possibilità di comprensione in un cerchio perverso che spiega con allegorismi le presunte allegorie, creando un'intensa felicità a chiunque voglia escludere l'esistenza stessa del problema.

Ovviamente tutti questi autori evitano accuratamente buona parte della letteratura ermetica, quella cioè che contrasterebbe con troppa evidenza con le loro ipotesi. Si riconoscono anzi per una caratteristica peculiare, che consiste in una circolarità di citazioni che si tramandano l'un l'altro, sempre dagli stessi testi, che nessuno legge integralmente. Sono quindi ancora meno utili dei primi, che hanno almeno reso disponibili edizioni più o meno complete degli autori studiati[6].

Resterebbe da verificare quello che i filosofi ermetici hanno detto di se stessi. Sono pochi però, almeno sino al XVII secolo, coloro che hanno introdotto divagazioni teoriche o storiche nei testi, data la sostanziale indifferenza per tutto ciò che non fosse guida alle operazioni. Cosicché nell'epoca medioevale frate Simone da Colonia[7] appare un'eccezione, con queste sue succinte considerazioni premesse alla pratica:

In molti antichi codici si trovano definizioni di quest'arte, della quale dobbiamo conoscere subito l'intenzione. ERMETE disse: l'Alchimia è una sostanza corporea da uno e per uno, composta con preziosa sottigliezza per decorazione alternata, raggiungente l'effetto nella stessa miscela naturale, convertente in genere migliore. Un altro dice: è una scienza che insegna a trasformare ogni genere di metallo in un altro, per mezzo di una medicina propria, come appare da molti libri filosofi. Perciò è da sapersi che è una certa qual scienza così chiamata da un filosofo di nome ALCHIMO e quest'arte insegna a fare una medicina chiamata Elixir, la quale versata sopra metalli imperfetti, li perfeziona completamente, e questo fu la causa perché fu inventata.

Il mitico Ermete egizio si pone definitivamente a capo della tradizione iniziatica che da lui ha nome in Occidente, mentre il tentativo di dare un'etimologia ingenua alla scienza operativa, dimostra un'incertezza che non è ancora risolta. Infatti, accettata la trasposizione dall'arabo "al-kimya" , per questo si sono ipotizzate origini molto diverse. Si è supposto venisse da un greco "chuma", fusione dei metalli; da un "chemia", forma dell'egiziano "km.t", nero, da cui il paese nero, l'Egitto, ma anche, seguendo Mahdihassan, da un cinese meridionale "kimiya", succo che fa l'oro[8].

Avicenna

Avicenna in un'immagine tratta dal Viridarium Chymicum di Stolcius de Stolcemberg, Francoforte 1624. L'epigramma di commento recita: "Egli diffuse nel mondo i segreti del magistero e frammischiò dei simboli nei suoi scritti. Congiungi il Rospo terrestre all'Aquila che vola, scorgerai il magistero della nostra arte". Il mistero delle origini dell'alchimia si riflette nei testi latini nell'uso di annoverare fra i padri dell'alchimia i più diversi personaggi celebri (mitici e storici) dell'antichità giudaico-biblica, cristiana, islamica etc.

Questi dubbi non toccavano i Filosofi del medioevo, e uno splendido manoscritto[9] ribadisce l'origine egizia e l'etimologia, in un'introduzione che mescola norme operative all'elenco degli Adepti assisi in una sorta di Areopago astrologico:

E primo ERMETE TRISMEGISTO re filosofo che siede in Ariete, regnò sull'Egittò: ha scritto sulla corona: così è vero senza mendacio, che è li vero de li veri. Nel libro: così separerai il grosso dal sottile, il fuoco dalla terra. Sulla coscia: la sua sostanza è dalle terre inferiori. Nel piede destro: così credi e vediamo. Nell 'altro: perché senza fede è impossibile pervenire.

Il nono sedente nel Sagittario fu ALCHIMO il quale tradusse in greco dall'ebraico per primo dal quale(l'Alchimia) pigliò il nome. Ha scritto sulla corona: così si estolle sopra l 'arcano di tutte le scienze del mondo. Nel libro: così faccia in un momento il capo e la coda senza fine. Nella coscia: così la luna percuota mille e il sole diecimila in mille suoi perfettissimi. Nel piede destro: così togli gli impedimenti nella protezione degli astri. Nell'altro: perché gli inferiori sono sudditi dei superiori.

Nell'esplosione ermetica del XVII secolo la riflessione storica si fa più attenta, ma non modifica gli assiomi di fondo, che danno all'Egitto e ad Ermete l'inizio dell' Arte Sacra. Così il Maier proprio da questi comincia il testo dedicato all'esame della tradizione in Occidente[10].

...Il primo posto, presso la Mensa Aurea, la Regale Vergine CHEMIA assegnò ed attribuì ad ERMETE EGIZIO, in quanto suo viceré e Vicario.

...che ERMETE non sia una persona fittizia, ma un antichissimo Filosofo Egizio, detto Trismegisto dai greci, consta da innumerevoli prove e circostanze...

Il medico dell'imperatore Rodolfo corrobora le sue affermazioni con date piuttosto precise:

...egli (Ermete) visse nei tempi prima dei Faraoni, re d'Egitto all'incirca nell'anno del Mondo 1956[11], cioè 300 anni dopo il diluvio, 2007 prima della nascita di Cristo ... Cosicché precedette l'uscita di Abramo da Charan, città della Mesopotamia, di circa 44 anni: quest'epoca peraltro coincide con l'età in cui Oceano, Osiride ed Iside, primi dèi dell'Egitto (seppure favolosi) si suppone abbiano regnato, cioè prima della Dinastia degli Egiziani, con la quale i pastori cominciarono a presiedere al regno, nell'Anno del Mondo 2139.

Cinquant'anni più tardi, il danese Oluf Borch, meglio noto come Olaus Borrichius, pone la nascita dell'ermetismo prima del diluvio, e ne fa padre Tubalcain "qui aliis nationibus Vulcanus est"[12]. Più propriamente ne riporta l'origine e l'etimo secondo quanto ha letto in Zosimo Panopolitano, in un testo manoscritto della Regia Biblioteca di Parigi, che narra:

...Dicono, o donna, le Sacre Scritture, ossia i libri, che esista una certa specie di geni che fa uso di donne ... Questo dunque ricordano le Vecchie e Divine Scritture, che gli Angeli attirati da desiderio di donne, insegnarono loro tutte le opere della Natura ... Da essi, tramandano le medesime Scritture nacquero i Giganti. Pertanto il loro primo insegnamento su quest'arte è "chema": chiamarono peraltro quel libro "chema": da cui anche è chiamata c la stessa arte CHEMIA.

Ermete, anzi THOYTH, incise poi, su colonne "Iiteris hieroglyphicis sed lingua Sacra sive Aegyptiaca" tutta la dottrina salvata così dal Diluvio, infine tradotta in greco da Agathodemone, padre di Tat. Il nome le venne dall'Egitto, terra di Cham: .Chemia quasi chamia" dice Borch che riassume in conclusione la diffusione dell' Arte Sacra:

...nella terra di Cham grazie a Tubalcain ... dall'Egitto in Grecia, e quindi nel Lazio, da qui agli Arabi e ai Cinesi, infine in Spagna, Gallia e quasi in tutta Europa...

Evidentemente i filosofi Ermetici, più che a far storia, badavano a trasmettere un messaggio tradizionale: anch'essi dunque si rivelano poco utili a chi, inesperto del loro linguaggio, li voglia seguire su percorsi così scoscesi.

Shou-lao
Shou-lao, personificazione taoista della longevità. Secondo alcuni storici, l'alchimia greco-alessandrina deriverebbe da quella taoista.

Per tutti i veri "curiosi" di buona volontà, ci proponiamo allora di descrivere finalmente un accenno di vera storia ermetica. Diciamo "accenno", perché all'immaginarci capaci di un compito davvero immane, e al quale ci sentiamo poco inclini, quale quello di scriverne una affatto completa, preferiamo l'opera più modesta che indichi qui e là una traccia, dia qualche suggerimento, segni una via percorribile da chi lo voglia. E forse anche noi, con un minimo di fIlosofica 'invidia', profitteremo dell'occasione, come i Vecchi Maestri, per aggiungere un piccolo anello alla lunga, antica, onusta catena.

È molto probabile che porsi il tema della Storia dell'ermetismo equivalga a voler descrivere la stessa storia dell'umanità. Non crediamo infatti che sia mai esistita una qualche forma di civiltà, che non abbia ospitato, in forma più o meno palese, un nucleo che possiamo definire ermetico.

Perché la nostra affermazione risulti più precisa, diciamo che ci pare di poter individuare una cultura ermetica, se si presentano le caratteristiche seguenti;

 

  1. la convinzione che esista una energia vivificante e intelligente (consapevole) che permea ed è all'origine della manifestazione universale, e, in particolare, di quel fenomeno che chiamano vita[13];
  2. la credenza in una possibile forma di immoralità fisica dell'essere umano;
  3. una rappresentazione del mondo, sottomesso ad una legge intangibile (fato, heimarmene, ecc);
  4. l'esistenza di una tecnologia metallurgica sufficientemente evoluta[14].

Ognuna di queste quattro caratteristiche può essere esistita in un particolare periodo e luogo, singolarmente o associata a qualcuna delle altre, ma solo la presenza contemporanea di tutte, permette uno sviluppo completo, teorico e pratico, dell'ermetismo.

Se ora ci volgiamo ai documenti che la storia ufficiale ci propone, dobbiamo constatare che solo a partire dal VII, VI secolo a.C. possiamo parlare di storia in senso proprio. Abbiamo poi delle informazioni frammentarie e variamente interpretate, che risalgono all'inizio del 3 millennio a.C.. Al di là di questa barriera, non vi è più nulla che si possa considerare storia in nessun senso. È una constatazione già fatta da altri, su cui non ritorneremo, e che ha a che fare con la teoria dei cicli ripetuti di distruzione parziale della superficie terrestre, che fa tuttavia parte dell'insegnamento tradizionale che stiamo 'studiando.

Qui, a sfatare alcuni luoghi comuni sull'uomo preistorico, che lo vedono simile a certi miserevoli primitivi che sopravvivono nelle foreste tropicali, conviene: una breve deviazione sulla più antica metallurgia[15].

Le notizie su miniere preistoriche sono scarse perché per lo più cancellate dall'attività mineraria successiva: appare comunque certo che l'estrazione dei minerali era regolarmente praticata sin dal Paleolitico superiore, cioè almeno 10.000 anni fa, quindi molto tempo prima della cosiddetta età dei metalli[16]. Un esempio sono le testimonianze di estrazione del cinabro (solfuro di mercurio) a Vinca, nei pressi dell'attuale Belgrado.

La più antica metallurgia è certamente quella del piombo. Il più comune tra i suoi minerali, la galena (solfuro di piombo) si fonde così facilmente che basta ad ottenere il metallo un fuoco di legna secca o di carbone di legna all'aperto, con temperature inferiori a 800°C[17]. I documenti più antichi su questo procedimento risalgono al 6500 a.C. a Çatal Huyuk in Asia Minore. Altri reperti in Iraq, Iran e in Egitto suggeriscono tutti per la fusione del piombo una notevole diffusione e un inizio nel VII millennio a.C.

In realtà è probabile che più del piombo, interessasse l'argento spesso presente sia nella galena, sia in vari minerali complessi di piombo-antimonio-argento. Numerosi manufatti di argento del IV millennio si sono trovati a Biblo, nel Libano, in Palestina, a Ur e Warka in Mesopotamia, a Beycesultan, Alikar Hüyük e Korukustan in Asia Minore.

Morieno Romano

Un altro mitico "padre dell'alchimia": Morieno Romano (Viridarium Chymicum, op. cit.). A questo personaggio la tradizione attribuisce la trasmissione del sapere alchemico al principe arabo Calid. Il trattato che espone il presunto colloquio tra Morieno e Calid fu tradotto dall'arabo in latino nel XII sec., probabilmente da Roberto di Chester: quest'episodio è posto da taluni studiosi come l'inizio dell'effettiva diffusione dell'alchimia nell'occidente medievale.

Il processo per ottenere l'argento passava per la diffusione dei minerali di piombo: i due metalli si liquefano insieme, mentre altri elementi presenti nel minerale, come ferro, manganese, silicio, calcio e alluminio, passano principalmente nelle scorie. L'argento deve essere poi separato dal piombo e questo avviene per mezzo del procedimento noto come COPPELLAZIONE. La lega di piombo e argento viene fusa in un crogiolo e mantenuta ad una temperatura abbastanza elevata, mentre su di essa viene soffiata aria. L'aria ossida il piombo, trasformandolo in litargirio (monossido di piombo).

Le impurità come rame, stagno, antimonio arsenico e bismuto, vengono anch'esse in gran parte ossidate; non l'argento, che per lo più contiene anche una traccia d'oro.

Una volta che il litargirio sia stato assorbito dalle pareti del crogiolo (o eliminato con mezzi meccanici) rimane come residuo un globulo fuso di metallo nobile. L'argento così ottenuto contiene sempre una quantità residua di piombo, che può variare dal 2 allo 0,05%. Il coperchio di uno scrigno in argento, proveniente da Nagada in Egitto, del 3600 a.C., ha mostrato all'analisi un contenuto di piombo dello 0,45%, ed è perciò sicuramente un esempio di metallo ottenuto per coppellazione. Ci siamo dilungati su questo processo, in uso ancora oggi, e che appare dunque noto sin dalla più remota antichità, per notare che una civiltà che lo pratichi, non solo ha evidentemente raggiunto un livello tecnologico piuttosto raffinato, ma non può essere ingannata con leghe che simulino oro o argento: la coppellazione infatti, è anche il metodo più certo per riconoscere i metalli preziosi, e separarli da impurezze, Resta da chiedersi quanto una mitologia che narra di Crono-Saturno, il piombo, che mangia tutti i suoi figli, i metalli non nobili, ma non Zeus, il metallo nobile non ossidabile, sia stata influenzata da queste conoscenze metallurgiche. Ma è un tema che per ora rinviamo.

Alla fine del V millennio a.C. abbiamo testimonianze di una metallurgia del rame evoluta, alimentata da una propria industria mineraria. Una miniera sfruttata certamente sin dalla seconda metà del V millennio è a Rudna Glava, in Iugoslavia; nel pressi del confine con la Romania. Non lontano, ad Ai Bunar in Bulgaria, giacimenti di rame furono sfruttati molto presto, mediante la tecnica dell'estrazione a cielo aperto[18]. Antiche miniere di rame sono note anche in altre parti d'Europa. Una di esse è stata scoperta a Chinflon in Spagna. Fuori dall'Europa, nell'area di Veshnovch nell'Iran, il minerale veniva estratto da una miniera con gallerie sotterranee lunghe 40 metri. Un'altra antica miniera di rame nell' Asia Occidentale è quella di Kozlu, nella Turchia centrale, i cui pozzi avrebbero una profondità di 50 metri.

Notiamo che ottenere il rame dai suoi minerali è piuttosto difficile. I minerali più comuni sono la malachite, l'azzurrite e la calcopirite. I primi due possono essere ridotti a metallo a temperature molto inferiori al punto di fusione del rame (1083 "C) ma questo resta disseminato e non disponibile, sinché la temperatura non salga abbastanza per fonderlo e trasformare la ganga, costituita da minerali rocciosi, nello stato di scoria fluida: il risultato si presenta con due liquidi non miscibili sul fondo della fornace. La fusione di tutti questi minerali richiede una temperatura intorno ai 1200°C. La calcopirite, che era la più usata, richiede un arrostimento precedente.

I primi fonditori del Mediterraneo Orientale generalmente procedevano riempiendo un forno di pietra con stati alternati di carbone di legna e di minerale combinato con un fondente. Questo, nel forno caldo, tendeva a combinarsi con la ganga e la allontanava dal metallo. In molti minerali la scoria era costituita da ossido di silicio in varie forme. Il fondente appropriato era allora un ossido di ferro, l'ematite, che alla temperatura del forno si combinava con la silice formando un silicato di ferro. Se il minerale di partenza aveva una percentuale significativa di arsenico, ciò che si otteneva non era rame, ma del bronzo naturale, che aveva il vantaggio di possedere una maggior durezza: si preferivano perciò minerali di rame arsenicale sinché, nel II millennio, non si scoprì che lo stagno induriva il rame al pari dell'arsenico con minor tossicità. Nei primi anni del secondo millennio la produzione di bronzo allo stagno aveva superato quella di bronzo all'arsenico.

Verso la fine del II millennio il ferro cominciò a sostituire il bronzo nella produzione di utensili ed armi, ma questa non va considerata un'innovazione tecnologica, quanto piuttosto la risposta ad un'improvvisa scarsità di bronzo, probabilmente dovuta ad un'interruzione nel rifornimento di stagno: il bronzo infatti presentava rispetto al ferro vantaggi considerevoli, e quindi solo la necessità può spiegare questa sostituzione insoddisfacente.

I primi lavoratori metallurgici infatti estraevano il ferro da minerali, soprattutto ematite e magnetite, per mezzo di un processo molto simile a quello usato per ottenere il rame. Vi era però una notevole differenza. Il ferro non fonde a temperature inferiori a 1537°C e la massima temperatura raggiungibile nei forni in uso all'epoca era di circa 1200°C. La fusione del minerale di ferro a quella temperatura non dà un bagno di metallo fuso, ma una massa spugnosa mista a ossido e silicato di ferro. In seguito la martellatura alla forgia trasformava, con una specie di spremitura meccanica, il massello di ferro poroso in una struttura continua di particelle di ferro qua e là interrotta da inclusioni di scoria non eliminata. Questo era il materiale di partenza da cui il fabbro ricavava poi oggetti con ulteriore riscaldamento e martellatura. Ciò che il fabbro si trovava a dover lavorare era un cattivo succedaneo del bronzo. Infatti il ferro così ottenuto è un metallo dolce, decisamente meno resistente[19]. Si consideri poi che il bronzo poteva essere fuso alle temperature raggiungibili all'epoca e che si corrode lentamente, mentre il ferro si corrode rapidamente con danni spesso gravi. Si comprende dunque come non si sia trattato di un progresso, almeno per quel periodo[20], anche se allora dovette certamente incominciare uno studio teso a migliorare le prestazioni del ferro e per aumentare la temperatura dei forni, che condusse nel tempo a risultati validi.

Ci resta dunque, per concludere, dalle profonde nebbie di questa autentica preistoria che possiamo studiare solo per indizi e tracce, l'immagine di un mondo evoluto, provvisto di una tecnologia per nulla rudimentale, che ha acquisito una notevole dimestichezza con processi di fornace e metallurgici, che sa riconoscere e manipolare composti chimici, i cui resti preziosi testimoniano di civiltà non certo primitive.

Questa è la fredda descrizione tecnica, la stessa suggerisce più calde visioni, per quanto solo supposte e mai provate.

Ci pare di poter sognare qui operai "benvoluti" che avvertono, in cave oscure che la lucerna appena illumina, l'empito vitale che a pochi è dato riconoscere nella "materia inerte". Li vediamo toccare toccati, manipolare manipolati, osservare osservati, in una sempre più ampia consapevolezza che climi più miti e aure più propizie favoriscono e non ostacolano. Li sentiamo stupiti, chini sui forni, non ancora assordati da progressi improbabili, udire i lamenti del minerale torturato, le grida del metallo liberato. Li scorgiamo sognare titaniche lotte, uccisioni, morti e vendette, vergini e eroi, incesti e nozze sacrali, fiamme divoratrici, fiati velenosi e nascite miracolose. Li scopriamo nascosti in tende sui monti, accoglienti e protette, cuocere lentamente a dolce fuoco di lampada viventi amalgame, olenti e profumati miscugli, in pacifiche notti rugiadose di primavere clementi. Li vediamo, fabbri proscritti e zoppi, mal sopportati, iniziare pochi destinati all'emarginazione invidiosa, che già disprezza e teme, inventare sacerdozi e templi, miti e religioni, per nascondere ai molti e insegnare ai pochi...

Un sogno, senza dimostrazioni, senza prove, senza alcuna utilità, piccola parentesi che il lettore indulgente ci avrà perdonato.

Ponendoci ora all'inizio del periodo esaminabile, incontriamo due grandi centri di civiltà: quello del bacino dell'Eufrate e quello del basso corso del Nilo. Tra i due Corrono rapporti molto precisi, ed entrambi hanno la curiosa caratteristica di affacciarsi sulla scena del mondo con un sistema dottrinale, religioso e scientifico unitario e già completo sin dall'inizio del periodo. Nel seguito non si nota alcun progresso, ma solo decadenza, mentre siamo costretti a presupporre un lungo sviluppo antecedente, di cui non resta alcuna traccia.

Dei due, ci interessa particolarmente quello sumero-babilonese[21], perché vi troviamo l'origine di buona parte di quel simbolismo che si trasmetterà intatto nei millenni sino ad oggi.

Esaminiamo innanzitutto la teoria[22]. Nasce nella Babilonia la cultura sacerdotale: i principi fondamentali sono tutti fondati sulla convinzione che il mondo, la manifestazione fenomenica, è basato su una energia compenetrante, chiamata ME, che imprime vita e movimento alla realizzazione materiale secondo un processo dominato dalla necessità[23]. Tutto ciò che è, non è che materializzazione di questa energia spirituale, che è a sua volta emanata direttamente dalla divinità, se addirittura non vi si identifica.

Di conseguenza una sottile struttura di invisibili relazioni collega tutto ciò che esiste, dal fenomeno più grande al più piccolo, in una rete apparentemente inestricabile di "simpatie", che il sapiente soltanto sa discernere, comprendere e, se il caso, utilizzare. Lo studio degli astri allora non è fine a se stesso, ma nell'armonico succedersi dei movimenti planetari, per chi sa leggere e tradurre, si riconosce la forma più chiaramente manifestata di questa legge universale e si traggono informazioni sul mondo inferiore.

Manoscritto alchemico araboFoglio di un manoscritto alchemico arabo del XVII sec.


Una prima triade è la massima manifestazione rivelata: si concretizza in Sole, Luna e Venere, dove Luna è padre, Sole figlio e Venere figlia e sposa di entrambi. È il primo esempio storico di quello che si chiamerà in tempi più tardi l'incesto filosofale, così come dei tre principi che stanno a fondamento della creazione.

Agli altri pianeti sono affidate le direzioni spaziali, che conviene ripetere a favore di chi voglia penetrare il simbolismo di certe costruzioni medievali. Occidente a Mercurio, meridione a Saturno, oriente a Giove, settentrione a Marte. A Venere spetta l'alto", al Sole, forza tenebrosa, appartiene il mondo infernale.

Ogni pianeta ha un colore: nero Saturno, giallo Giove, rosso Marte, porpora Sole, bianco Venere, azzurro Mercurio, verde Luna,

Mercurio occidentale è guida dei morti, conduce agli inferi le anime dei trapassati. È anche luna calante, come stella della sera. Marte è pianeta lunare, è luna piena. Saturno è solare, luna in posizione di sole o luna nuova.

Al tempo dell'equinozio, la più evidente immagine astrale, la Croce, era visibile nel cielo di Babilonia, per scomparire al tempo del solstizio. Questa è dunque la Conclusione per antonomasia: nei documenti si mette la croce per Indicare che lo scritto è finito: l'ultimo segno grafico della scrittura è una croce ed ha per nome "adempimento, fine", cioè TAM, o, secondo la pronuncia babilonese, accolta anche dagli ebrei, T A W.

Il mito annuale del dio, si conclude al termine dell'orbita col "dio appeso alla croce".

Risuonano antichi accordi, armonie purissime, canoni su cui per millenni si eserciterà il virtuosismo di misteriosi musicisti, che ripeteranno in infinite variazioni la stessa melodia, che non si può cambiare, perché è l'essenza stessa dell'"Arte della Musica".

Non riconosciamo forse nella scala cromatica dei pianeti e metalli, la successione stessa dei colori alchemici? Nella giusta collocazione, nel corretto succedersi, così come si manifestano attraverso il vetro, da Babilonia al cimitero dei Santi Innocenti dove, quattro millenni più tardi, dice Nicolas Flamel:

...j'ai aussi mis contre la muraille, d'un & d'austre costé, une procession en laquelle sont représentées par ordre toutes les couleurs de la Pierre ainsi qu'elles viennent & finissent, avec cette inscription francaise:
MOULT PLAIST A DIEU PROCESSION S'ELLE EST FAICTE EN DEVOTION...

...Ho anche messo contro il muro, da entrambi i lati, una processione nella quale sono rappresentati in ordine tutti i colori della Pietra, così come vengono e finiscono, con questa iscrizione francese:
PIACE MOLTO A DIO PROCESSIONE S'ESSA È FATTA IN DEVOZIONE ..."[24]

Hermes Trismegisto

Il mitico Hermes Trismegisto, "padre eccellente" dell'alchimia (Viridarium Chymicum, op. cit.).

Un'ipotesi di prassi alchemica prevede, come si è già detto, una tecnologia utilizzabile. In effetti abbiamo già parlato delle conoscenze metallurgiche. Alt informazioni su operazioni chimiche si traggono da testi che descrivono la preparazione farmaci per uso medico. Una tavoletta cuneiforme della fine del III millennio dice:

Purifica e polverizza la (pelle di un) serpente d'acqua; versa acqua sulla pianta AMAM SHDUBKASKAL, su radice di mirto, alkali polverizzato, orzo e resina polverizzata , abete. Fai bollire. Lascia decantare il liquido, (estratto)...

Dalla stessa tavoletta, un'altra prescrizione dice:

Purifica, polverizza la ... di una vacca. Versa acqua su un ramo di mirto, una "pianta stella", la radice dell'albero AB, una mela secca, e il sale IB. Fa bollire. Filtra il liquido. Lava col filtrato. Aggiungi salnitro e la pianta...[25]

Più interessante, un testo di contabilità, che riporta:

Due anelli d'argento, ciascuno del valore di 5 shekel, del peso di 9 5/6 shekel meno 3 grani, il suo riscaldamento col fuoco uguale a 60 grani, e la sua quantità lasciata uguale a 23 grani.

Qui appare una prima operazione, evidentemente una fusione in cui si ossidavano il litargirio le impurezze plumbee che si volatilizzavano, seguita da una coppellazione in cui una piccola quantità di materiale era persa nei fori della coppella[26].

Per quanto riguarda i materiali noti e catalogati, una tavoletta elenca una lista su cui leggiamo:

Oro, colore, orpimento, polvere bianca di allume, polvere nera, allume e gesso.

Un'altra lista contiene nomi di differenti leghe d'oro:

Oro, oro verde, oro fino, oro bianco, oro rosso, oro sopraffino, oro raffinato.

Sin dal terzo millennio abbiamo liste di Strumenti che ci danno l'idea di un apparato chimico molto completo: vasi da fusione, apparati per filtrare, vasi separatori, alambicchi, sublimatori e apparati di estrazione così come molti altri tipi di strumentazione sono stati riconosciuti negli artefatti scoperti[27].

Nel I millennio la lista dei prodotti chimici include: sale comune, salgemma rosso, calce, salnitro, carbonato di soda, sale armoniaco, alkali dalle piante, gesso, mercurio dal cinabro, allume, zolfo nero e giallo, bitume, varie forme di arsenico, ossido di rame rosso e nero, crisocolla, acetato di rame, ossidi di zinco, ossidi di ferro, ematite, minerale magnetico di ferro, piriti ferrose (che procurano vetriolo), solfuri di ferro, solfato di rame e probabilmente acido solforico ottenuto dal vetriolo verde (chiamato HANNABAHRU).

Come si vede, ci troviamo in presenza di una tecnologia sufficientemente, anzi abbondantemente, completa per immaginare tutti i possibili procedimenti alchemici noti, Altri testi suggeriscono l'esistenza di una teoria squisitamente ermetica: quella della Terra Madre, nel cui ventre i minerali crescono come embrioni in gestazione e, se lasciati stare, giungono a maturazione e perfezione. In particolare, una dettagliata istruzione sulla fabbricazione di un forno, utilizza il termine 'KU-BU', embrione, feto, inteso come l'insieme dei minerali disposti perla fusione nel forno, assimilato alla matrice[28].

Il testo, che appartiene alla biblioteca di Assurbanipal, dice:

Quando disporrai il piano di un forno per minerali (kubu), tu cercherai un giorno favorevole in un mese favorevole, e allora disporrai il piano del forno. Dopo che il forno è stato orientato e tu ti sei messo all'opera, poni gli embrioni divini nella cappa del forno: un altro, un estraneo non deve entrare, ne alcuno impuro deve camminare davanti a loro: tu devi offrire le libagioni dovute davanti a loro: il giorno in cui depositerai il "minerale" nel forno, tu farai un sacrificio davanti all'embrione; tu poserai un incensiere con incenso di pino; tu verserai della birra "kurunno" davanti a loro. Tu accenderai un fuoco sotto il forno e depositerai il "minerale" nel forno. Gli uomini che condurrai per aver cura del forno si devono purificare e (dopo) tu li stabilirai per aver cura del forno. La legna che tu brucerai sotto il forno sarà dello storace (sarbatu), spesso, in grossi ceppi, senza scorza, che non sono stati esposti in fascine, ma conservati sotto una coperta di pelle, tagliati nel mese di Ah. Questa legna sarà messa nel tuo forno.

Comunque si voglia interpretare questo documento, appare evidente che rappresenta una sacralità in cui le più minute operazioni metallurgiche assumono un significato non comune. È testimonianza di esperienze vissute e concrete. Qualunque alchimista operativo, millenni più tardi, ne confermerebbe il valore, probabilmente con un discreto sorriso di compiacimento.

Democrito

Ritratto immaginario del filosofo greco Democrito come alchimista (Viridarium Chymicum, op. cit.). Sotto l'immagine è scritto: "Democrito prorompeva in grandi risate, ridendo della vanità della mente umana. Aveva lui lieto scoperto lontani approdi, di poi venne in possesso delle molteplici forze della Natura. Affinché il mobile spirito sia dispogliato dal denso corpo, provvederanno ignei farmachi con regola costante".

Questa sacralità attribuita ad operazioni che paiono solo chimiche, si può dedurre anche da un altro testo, lo scritto di un mastro vetraio. Si tratta di Liballit- Marduk, figlio di Ussur-an-Marduk, sacerdote di Marduk in Babilonia. Contiene ricette per fare smalti da rame e piombo. Interessa qui che l'autore sia di casta sacerdotale, e che già anticipi il gergo criptico degli ermetisti posteriori, esprimendo chiara la volontà di celare la sua scienza a chi non lo meriti.

Tuttavia è nel mito che potremmo più facilmente individuare il vero inizio di un linguaggio che trascende la tecnica operativa, e la rivela nella sua pienezza al solo iniziato. Tralasciamo per ora la famosa epopea di Gilgamesh, trattenendone solo il chiaro riferimento ad una bevanda di immortalità. Leggiamo piuttosto l'orgogliosa iscrizione che Sargon, il grande imperatore lasciò a memoria, conservata nei secoli. Ne sottolineiamo le parole chiave:

...Sargon il potente, il re di Accad io sono. Mia madre era una sacerdotessa vergine, mio padre ignoto. Il fratello di mio padre abitava sulle montagne. Nella città di Azupirani, sulla riva dell'Eufrate mi portò mia madre, la Vestale. Ella nascostamente mi diede alla luce. Mi mise in un recipiente, che chiuse con bitume, e mi abbandonò al fiume. La corrente mi trascinò via e mi portò da Akki, l'acquaiolo. Akki, l'acquaiolo, fece di me un giardiniere. La mia attività come giardiniere piacque ad Ishtar, e io divenni re e regnai per quarantacinque anni.

La favola appare dunque davvero antica. Nel tempo ne misuriamo le numerose varianti. Il padre ignoto è un dio, dei venti, delle tempeste, della guerra. Oppure decisamente lo stesso Spirito Divino. La vergine, sarà principessa, o "lupa", a memoria dei numerosi amplessi che non l'intaccano. L'artigiano si fa falegname o fabbro. L'involucro può mutarsi in grotta o caverna. Il giardino o "compimento., può diventare croce o supplizio. La sostanza non cambia.

Della trama ermetica che la sostiene, possiamo dare il disegno, che traccia le operazioni conclusive dell'Opera:

Nasce il piccolo sole ermetico, il "regulus", il reuccio, dal mercurio sempre vergine e dal solfo segreto, che non si manifesta mai agli occhi dell'operatore se non dai risultati. La madre lo porta sulle acque del mare dei Saggi, in una generazione coperta dalle più oscure tenebre. Qui sorge racchiuso in un involucro che è la stessa condensazione delle acque superiori, cioè di quell'acqua secca, definita come l'artigiano stesso dell'opera, il "leale servitore". estratto dall'acqua, grazie all'artigiano delle acque, si riveste dapprima di tutti i colori, sino allo sbocciare conclusivo, nel giardinetto ermetico, del giglio e della rosa, i due splendidi fiori, che consacrano, con il benvolere della Natura, la somma regalità con la corona dell'Adepto.

Non vi è allegoria in questa trama, se non per chi ne rifiuti il reale incanto. Nei secoli, nei millenni, in lunghe notti di veglia, pazienti e fortunati Artisti hanno visto il miracolo, e lo hanno ritrascritto fedeli, annunciando che sulla Terra, nel periodo propizio, ogni anno avviene la grande Epifania, per "gli uomini di buona volontà".

Maria l'Ebrea

Una delle rare figure femminili dell'alchimia: Maria l'Ebrea, la sorella di Mosé cui si fa cenno nell'antico testamento (Viridarium Chymicum, op. cit). La trasformazione della mitica Maria nell'antenata dell'alchimia risale ad una tradizione piuttosto antica. In un trattato "firmato" da Maria l'Ebrea è descritto quel particolare processo di cottura che ancora oggi è chiamato "Bagnomaria".

Note

[1] Fra queste va certamente ricordato, di Elemire Zolla, Le meraviglie della natura, Milano 1975.

[2] In particolare del Berthelot, Introduction à l'etude de la chimie des Anciens et du Moyen Age, Paris 1889; Les origines de l'Alchimie, Paris 1885; La chimie au Moyen Age, Paris M.DCC.XCIII.

[3] F. Sherwood Tavlor, A survey of Greek Alchemy, citato da M. Eliade.

[4] Tra l'altro in greco theion significa "zolfo", ma anche "divino", proveniente dalla divinità, "Sacro", in modo aggettivo, e "divinità", "natura o essere divino" come sostantivo. Il che dovrebbe indurre a caute riflessioni.

[5] In realtà Jung era stato preceduto da H. Silberer, allievo di Freud che a sua volta aveva ripreso temi sviluppato da E. A. Hitchook, generale statunitense, erudito e massone influenzato da Swedemborg. Sono le opere di Jung e dei suoi allievi comunque a guidare ormai questa tendenza. Per questi problemi vedi A History of psychological interpretation of Alchemy di L.H. Msartin jr., in "Ambix", vol. 22, n. 1, marzo 1975.

[6] Non daremo indicazioni bibliografiche, peraltro facilmente accessibili. Non possiamo però non ricordare La tradizione ermetica di J. Evola, non fosse che per la notevole ilarità che ci ha procurato la lettura di alcuni brani, in un testo eccezionale, oltre che per la noia profonda che ispira, per l'idiozia delle dottrine socio-politiche sottintese.

[7] Speculum minus alchimiae, Bibl. Univ. Bologna 153, cap. 1, Sec. XIII.

[8] Ne riparleremo con più dettagli nell'esame dell'antica alchimia cinese. È certamente un'ipotesi suggestiva.

[9] Liber Laureatus, R. Bibl. Cas. 1477, n. 1: "Guglielmi Philosophi liber de Monade inc. Unus Deus in essentia...". Studiato particolarmente da Carbonelli, vedi Sulle fonti storiche della Chimica e dell'Alchimia in Italia, Roma 1925.

[10] Symbola Aurea Mensae duodecim nationum... Autore Michaele Maiero... Francofurti... MDCXVII, lib. 1: "Hermetis Aegiptiorum regis et antesignani Symbolum": Sol est eius coniugii pater et alba Luna Mater, tertius succedit, ut gubernator, Ignis.

[11] Si intende, dalla creazione del mondo.

[12] Jo. Jacobi Magneti... Bibliotheca Chemica Curiosa, seu rerum ad Alchimiam pertinentium Thesaurus instructissimus... Genevae MDCCII Tomus Primis, lib 1, Sectio prima: "De Alchimiae ac Primariorum in ea Scriptorum historia", Subsectio prima: "De hortu & progressu Chemiae Dissertatio". Autore Olao Borrichio medico regio & in Accademia Hasniens Professore publico.

[13] Uso qui una terminologia forzatamente imprecisa, per non appesantire il discorso. Le parole vanno quindi intese nel loro senso più "ingenuo". Prima fra tutte "energia".

[14] Almeno la metallurgia del bronzo. Vedremo che ad una tecnologia che non conosca ancora la fusione del ferro, corrispondono forzatamente metodi alchemici, più tardi compresi sotto il generico nome di "via umida".

[15] Per questa parte vedi in particolare: L.B. Iovanovic, Le origini dell'estrazione del rame in Europa, "Le Scienze", n. 143. N.H. Gale e Z. Stos-Gale, Piombo e Argento nell'antico Egeo, "Le Scienze", n. 156. R. Maddin, G.D. Muhly e T.S. Wheeler, Come ebbe inizio l'età del ferro, "Le Scienze", n. 113, e la bibliografia citata.

[16] L'inizio dell'età del bronzo antica (EBI) si pone intorno al 350 a.C.

[17] Questa temperatura è molto superiore al punto di fusione del piombo metallico che è di 327°C.

[18] Cultura di Karanovo VI, tardo Calcolitico.

[19] Questo ferro ha una resistenza a trazione di circa 28 kg\mm², solo di poco superiore a quella del rame puro (22 kg\mm²). Il processo di incrudimento causato dalla continua martellatura può portarne la resistenza a 70 kg\mm². Tuttavia un bronzo all'11% di stagno ha, allo stato di getto, una resistenza a trazione di 48 kg\mm², che dopo la lavorazione a freddo può raggiungere 84 kg\mm².

[20] Il ferro non venne fuso prima della metà del primo millennio a.C., quando il processo fu realizzato per la prima volta dai cinesi in estremo oriente.

[21] Per semplicità non discuteremo qui del difficile e controverso problema dell'attribuzione alla cultura sumera o a quella semita che le succedette, delle singole caratteristiche notate. Siamo comunque convinti che l'insegnamento originario sumero sia stato solo parzialmente deformato dai popoli successivi.

[22] Per quel che segue vedi, tra l'altro: Hugo Winkler, La cultura spirituale di Babilonia, Ed. Rizzoli, Milano 1980; H.C. Puech, Storia delle religioni, vol. I, Ed. Laterza, Bari 1970.

[23] Anche i decreti reali hanno il nome di "me" per analogia.

[24] N. Flamel, Les Figures Hieroglyphiques, in Trois Traictez de la Philosophie Naturelle... par P. Arnaud, Sieur de la chevallerie Poicteuin... Paris MDCXII.

[25] Martin Levery, Research sources in ancient Mesopotamian chemistry, Ambix VI, 3.

[26] Ibidem.

[27] R. Campbell Thompson, A Survey of the chemistry of Assyria in the Seventh Century b.C., in Ambix, II, 1.

[28] M. Eliade, Forgeron et Alchimistes, Paris 1977.

 

 

 

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31 marzo 2012 6 31 /03 /marzo /2012 07:00

L'opera scientifica

Dina, 01

 

 

 

 

5B Assan Dina, il progetto del più grande osservatorio di Francia


Assan Dina ci trasmette la sua visione del mondo. Per questo egli utilizza le carte da gioco del tarocco sui muri della cappella blu, vestiti di simboli chimici e planetari. Pubblica anche tre libri per un pubblico più ampio. Poiché crede ai benefici della scienza e alla sua volgarizzazione, approfondisce anche la sua riflessione filosofica appoggiandosi sulle scoperte permesse dall'ultima generazione di strumenti scientifici.

 

Sin dal 1916 progetta un centro di osservazione della terra e del cielo: "Sto per costruire un grande osservatorio contenente una lente astronomica di 600 "/" di diametro effettivo, un laboratorio meteorologico completo, e un osservatorio sismologico anch'esso completo", scrive in una lettera datata 4 luglio di quell'anno.

 

Assan Dina dirige dunque alcuni cantieri. I mosaici che rappresentano le carte del tarocco della cappella blu sono in corso di realizzazione. I tre libri sono in via di completamento. La centrale elettrica delle Usses è in progetto, acquisterà presto i terreni necessari. Infine, Assan Dina ha la testa tra le stelle con questo progetto grandioso. Infatti questo progetto è una vera sfida alla scienza. È quasi irragionevole. È anche realizzabile?


Assan ragiona in grande, "per la gloria della Francia", egli scrive. Ragiona in grande per far progredire le sue conoscenze scientifiche. Ragiona in grande per far soprattutto progredire le sue conoscenze filosofiche, metafisiche. Non dimentichiamolo mai, Assan Dina è innanzitutto un umanista, animato dal desiderio della conoscneza, della conoscenza del mondo delle cause. E questo mondo causale, gli strumenti scientifici permetteranno di intravederlo. Questo è il credo della scienza trionfante durante questo inizio del XX secolo.

 

Ma il 1916 è un cattivo anno. La guerra è già sul territorio nazionale, falciante i giovani a centinaia di migliaia. La prima guerra mondiale è là. La Francia si batte. La Francia soffre.

 

Tuttavia il disastro è evitato per un soffio. Grazie alle nuove tecnologie impiegate durante il conflitto, il capitano Ferrié salva la nazione dall'esercito tedesco arrivato sulle rive della Marna. È uno specialista della telegrafia senza fili. Aveva fatto collocare sin dal 1909 sei antenne metalliche di 425 metri ognuna dalla cima della torre Eiffel sino al suolo, impiegando così un'antenna di proporzioni gigantesche, invisibile da lontano, aumentando così considerevolmente la portata degli ascolti radio. Un distaccamento dell'esercito tedesco giunge sulla Marna, ma sfinito, all'inizio di settembre 1914. È pronto a precipitarsi su Parigi che è perduta. Sicuri della loro vittoria i tedeschi trasmettono i loro messaggi in chiaro. Le loro comunicazioni sono intercettate. Il capitano Ferrié allerta l'alto comando francese subito. L'operazione dei "Taxi della Marna" è lanciata, salvando Parigi e la Francia da un disastro militare certo. Ferrié è promosso generale.

 

Alla fine del 1922 il generale Ferrié incontra Assan Dina attraverso l'intermediario del colonello Delcambre. Assan Dina ha 51 anni di età, Mary Shillito 44 anni. Alla fine della guerra il colonnello Emile Delcambre, nato nel 1871, è il capo dell'Ufficio Meteorologico Militare. Continua da civile la sua carriera in meteorologia e promuove la creazione dell'Ufficio Nazionale Meteorologico che egli dirigerà dal 1921 sino alla sua pensione nel 1934.

 

Infatti è a quest'epoca assolutamente imperativo sviluppare la comprensione delle "meteore", fenomeni naturali celesti di bassa e di alta atmosfera, come grandine, pioggia, fulmini, nebbia, tornadi. Bisogna anche studiare l'attività terrestre, la "fisica del globo", che include la sismologia e il magnetismo così come l'attività oltre l'atmosfera, come l'attività solare e l'attività delle comete, vagabondi dello spazio.

 

Assan Dina ha forse un'altra ragione per voler osservare queste "meteore". Torniamo indietro di alcuni anni. Infatti, il 1910 ha quasi visto la fine del mondo, la fine di un mondo.

 

 

L'inverno del 1910 porta ai parigini il Diluvio. Piove senza sosta, per due settimane. La Senna sale di livello, inesorabilmente. I parigini preoccupati vedono la Senna a poco a poco sommergere lo Zuavo del ponte dell'Alma. Poi, il 28 gennaio, la Senna esce dal suo letto, terribile, devastante, impetuosa. L'inondazione ricopre tutto, sommerge tutto. Porta la desolazione, la marcitura, la malattia. Dei cadaveri galleggiano alla deriva. Duecentomila persone sono colpite, 500 ettari vengono inondati, un'abitazione su sei devastata. La carestia incombe. L'acqua sale a di 8,60 metri alla d'Austerlitz. Parigi non è più che una palude nauseabonda dove si circola soltanto in barca. Parigi esce alla fine da quest'incubo di giornate inondate e glaciali. I bei giorni e la calure tornano.

 

Ma dopo il diluvio dell'acqua, Parigi e il mondo intero si preparano ad un diluvio del fuoco. Infatti una nuova cometa, la cometa di Halley, sfiora la Terra nella notte tra il 18 e il 19 maggio 1910. Gli astronomi la seguono da alcuni mesi. Annunciano la catastrofe. Sfiorerà la Terra senza toccarla ma, ahimè, la sua gigantesca coda penetrerà nella nostra atmosfera, con il rischio elevato di avvelenare una parte degli abitanti con il suo alito velenoso, il suo alito al cianogeno.

 

In Europa dei disperati si suicidano. La popolazione è impaurita, atterrita. Il nostro astronomo nazionale, Camille Flammarion, alimenta la grande paura. Alcune persone, credendo giunta la fine, si rovinano conducendo un vita ad alto tenore sino alla data fatidica.

 

Se Assan Dina vuole studiare questi fenomeni per la sua ricerca filosofica, il mondo moderno vuole studiarli per delle ragioni concrete e materiali evidenti. Non è più questione di subire la fatalità. La scienza deve sviluppare la previsione meteorologica a scopo di previsione. È in questo ampio contesto che si deve porre l'incontro di Assan Dina, "semplice" ingegnere in idroelettricità, con il capo della meteorologia nazionale, il colonnello Emile Delcambre, e il generale Gustave Ferrié, promosso all'osservazione astronomica.

 

Perché questo incontro, apparentemente incongruo, tra persone di mondi così diversi? Senza avere risposte certe, il progetto di osservatorio di Assan Dina è verosimilmente inteso da questi due signori. Assan Dina possiede un progetto. Soprattutto un finanziamento che sembra senza limite. I signori Ferrié e Delcambre sono incaricati dal governo di sviluppare la meteorologia e l'astronomia, ma il loro finanziamento è limitato. Vi è dunque convergenza di interesse.

 

Il 20 maggio 1923 il generale Ferrié scrive a André Danjon (1890-1967), aiuto-astronomo all'osservatorio di Strasburgo, per chiedergli di lavorare con Assan Dina sulla preparazione del progetto dell'osservatorio: "(Assan Dina e Mary Shillito desiderano installare sulla Salève un al di sopra del loro castello delle Avenières (...) un osservatorio di astronomia fisico, che si occupa anche di geofisica (sismologia, meteorologia, ecc.). Il legame dell'osservatorio con l'esterno sarebbe assicurato da alcuni mezzi. Esiste già una molto buona strada che giunge sino al castello. I ponti e i viali stanno per esssere costruiti inoltre, a spese del signor Assan Dina, un'altra grande strada che attraverserà tutto il Salève e di cui un ramo andrà sino al laboratorio. Una postazione telegrafica sarà installata tra l'osservatorio e la parte bassa del Salève, ed un'autocingolo Citroën è già stata acquistata...".

 

Il progetto è dunque in mani eccellenti e tutte le condizioni sono presenti. Una tale impresa è tuttavia di una così grande complessità tecnica che Assan Dina non può assicurarsene da solo l'insieme della manodopera. Non ne ha semplicemente del tutto la competenza, non essendo un astronomo professionista. È per questo che il generale Ferrié chiede al suo amico astronomo, André Danjon, de redigergli un rapporto, una bozza di progetto organizzativo di un osservatorio di astronomia fisica. Danjon consegna il suo rapporto, in data 15 luglio 1923.

 

Dobbiamo soffermavisi assolutamente perché esso pone tutta la problematica contenuta nel progetto: "Il piano organizzativo di un osservatorio dipende strettamente dal suo programma e dai metodi di lavoro che ci si propone di adottare. È dunque essenziale precisare ora questi due punti. 

È l'astronomia stellare che ha effettuato le scoperte più importanti degli ultimi venti anni (...). L'osservazione diretta non da nessuna informazione sulla struttura delle stelle (...). È l'analisi della loro luce che ci dice tutto (...) intensità, composizione spettrale (elementi chimici costitutivi)... ecco ciò che si deve determinare se si vuole trarre dalla luce delle stelle tutte le informazioni (...).

(...) Sono questi strumenti di fisica che rendono questa analisi possibile. In quanto al telescopio, il suo ruolo è soprattutto di condensare la maggior quantità di luce possibile sugli apparecchi d'analisi. È per questo che deve essere grande e perfetto.

(...) Si è già parlato molto, in Francia, della creazione di un grande osservatorio di montagna, e ho spesso affermato che una tale costruzione non sarebbe possibile nel quadro amministrativo degli osservatori ufficiali. La sua attività sarebbe effimera come un fuoco di paglia... L'abitudine si impadronirebbe presto del personale, costretto, come è d'uso, ad un servizio monotono... Così si vedrebbe questo osservatorio addormentarsi su qualche lavoro di lunga, molto lunga durata, affidato a dei funzionari zelanti, preoccupati di non turbare l'ordine stabilito (...).

(...) Gli Americani hanno evitato il pericolo, sia creando delle vere cittadelle scientifiche intorno ai loro osservatori, sia rintemprandosi nella vita universitaria con frequenti viaggi... Ma ciò che lo Stato non può fare, spetta all'iniziativa privata realizzarlo, in Francia come negli Stati Uniti (...).

(...) Grande telescopio: la costruzione e l'installazione del grande telescopio solleva importanti questioni che non possono essere risolte che dopo lunghi studi (...).

(...) metri (di diametro) creati, e ritengo che essi siano inesistenti (...). Affinché uno specchio sia realizzabile, bisogna che la sua superficie sia un paraboloide realizzato con una piccola frazione di lunghezza d'onda quasi (...) e cioè un decimillesimo di millimetro. Bisogna che la superficie non si deformi per flessione, anche inclinata in tutti i modi possibili (...). Tutte queste condizioni sono molto difficili da realizzare, e solo sino ad ora, lo specchio da 60 pollici (1,50 metri) del Monte Wilson (Stati Uniti) le realizza tutte perfettamente (...). Le officine di Saint Gobain (società specializzata nella fusione del vetro industriale, ancora oggi attiva) consentono di creare un disco di 265 centimentri. Comportano enormi difficoltà se si cerca di superare questa dimensione.

(...) Taglio dello specchio: la superficie è realizzata per usura del vetro con l'aiuto di mole mosse da una macchina (...). La difficoltà non è qui, essa risiede nella verifica dell'operazione, che deve farsi passo passo, con un'estrema minuzia, e che esige una conoscenza profonda dell'ottica (...). Uno dei metodi (di verifica), detto della lama di coltello, pone in evidenza in modo notevole gli scarti tra la superficie realizzata e la superficie teorica (...). Essa presenta sotto la sua forma abituale il difetto capitale di essere puramente qualitativa. Essa dà il valore dei difetti, ma non la loro ampiezza che bisogna conoscere per condurre sistematicamente il lavoro di ritocco. L'astronomo americano Ritchey, autore dello specchio dell'osservatorio del Monte Wilson (vicino a Los Angeles), ha dato una variante del metodo. Essa fornisce delle indicazioni quantitative, così i suoi specchi sono di molto i migliori (...). Mi sembra inutile sottolineare l'interesse che vi sarebbe nel beneficiare dell'esperienza senza rivale di Ritchey per tutte le operazioni relative al taglio dello specchio.

(...) Bilancio: Grande telescopio di 2,65m, due telescopi da 1m, una tavola equatoriale e un piccolo telescopio rifrattore, degli strumenti ausiliari, delle costruzioni e cupole, delle abitazioni: 13 milioni di franchi del 1923.

(...) Ordine delle operazioni: il grande telescopio non può essere in grado di funzionare prima del 1928. Conviene, affinché esso sia pronto nell'arco di tempo dei quattro anni, cominciare sin da ora i lavori di fusione... Bisogna costruire sin dal prossimo anno il laboratorio di taglio e la macchina... Bisogna ordinare lo specchio sin d'ora (...) (bisogna) spingere la costruzione degli edifici e la sistemazione del terreno in modo da rendere possibile le prime osservazioni nel 1926".

 

Ecco riassunti i punti determinanti. L'osservatorio sarà installato in montagna, dovrà essere gestito in un quadro privato. I problemi tecnici si concentrano sulla dimensione dello specchio, che soltanto l'officina di Saint-Gobain sa fabbricare, come quello del Monte Wilson, e sulla sua molatura, di cui soltanto l'astronomo americano Ritchey padroneggia le tecniche. Finanziariamente il mecenate privato può soltanto apportare le somme necessarie.

 

Il progetto di Assan Dina è allora lanciato ufficialmente. L'osservatorio sarà costruito. Lo sarà sul monte Salève, non lontano dal castello delle Avenières, a 1.150 metri di altezza. Assan Dina vuole una fondazione privata, indipendente dallo Stato e dall'astronomia ufficiale. Questa fondazione sarà consigliata da eminenti fisici e astronomi. In questo consiglio scientifico si trovano tra gli altri Henri Chrétien (nel 1922 elabora una nuova combinazione ottica che permette di ottenere un telescopio aplanetico a specchi iperbolici, la realizzazione è affidata nel 1927 a Georges Willis Ritchey, allora direttore del laboratorio di ottica Dina dell'Osservatorio di Parigi e diventa noto con il nome di "telescopio Ritchey-Chrétien". I telescopi giganti sono stati a lungo concepiti secondo i suoi principi. La loro combinazione di specchi è stata tenuta in considerazione per il telescopio spaziale Hubble); Aimée Cotton (nel 1919 diventa presidente del Comitato di fisica alla Direzione delle invenzioni. Nel 1920, Aimé Cotton diventa professore creando la cattedra di fisica teorica e di fisica celeste alla Sorbona che diventa in seguito la cattedra di spettroscopia e di fisica celeste trasformata in seguito in cattedra di spettronomia. Nel 1923 è eletto all'Accademia delle scienze in sostituzione di Jules Violle); Esclangon (dopo l'armistizio del 1918 diventa direttore dell'osservatorio di Strasburgo. Nel 19129, diventa direttore dell'osservatorio di Parigi); Charles Maurain, direttore dell'Istituto di Fisica del Globo e Lucien Delloye, direttore delle officine Saint-Gobin, officine di fonderia di vetri industriali.

 

Sono queste le più alte cariche del momento che si chinano sul progetto di Assan Dina. Che grande impresa aver potuto, lui, semplice ingegnere idraulico, radunare tante competenze intorno al suo progetto che non è che un progetto amatoriale. È una cosa veramente incredibile!

 

Il mese seguente Assan Dina scrive, nell'agosto del 1923, una lettera a queste persone.

 

Estratti: "... Abbiamo formato il progetto, la signora Dina e io, di costruire a nostre sepse un osservatorio astronomico fisico (strumenti, edifici, abitazioni, mezzi d'accesso, ecc.) su un terreno di mia proprietà (...) sul monte Salève (Alta Savoia). Desideriamo dotare questo Osservatorio con i migliori e più potenti strumenti di astronomia fisica (...) e in particolr modo di un telescopio di 2,60 metri di diametro. Un centro neteorologico importante, edificato con l'aiuto del Colonnello Delcambre, direttore dell'Ufficio Nazionale Meteorologico, sarà installato nelle immediate vicinanze dell'osservatorio, contemporaneamente ad una potnte postazione di telegrafia senza fili, una posta radio comunicante unicamente in morse).

(...) che il centro scientifico così creato sia dotato di risorse finanziarie che assicuri la sua esistenza indipendentemente dallo Stato e sia diretto da un Consiglio costituito senza alcuna subordinazione a un qualunque organismo ufficiale.

(...) il nostro solo scopo è di dare alla Francia una nuova prova del nostroi profondo affetto e di contribuire allo sviluppo della Scienza.

(...) Il mio amico, il generale Ferrié, (...) ha consentito ad assecondarmi per la preparazione e l'esecuzione degli studi e lavori dovuti alla realizzazione del progetto... Il signor Danjon, astronomo all'oservatorio di Strasburgo, ha anche accettato di incaricarsi sin d'ora di tutta la preparazione dei lavori preparatori...".


 

Vediamo che Assan Dina sa utilizzare le sue eccellenti relazioni con il mondo militare, il colonnello Delcambre e il generale Ferrié. In questi anni del dopoguerra vi è qui un prestigio e una garanzia di serietà evidente.

 

Ma proseguiamo la storia dell'osservatorio continuando con la lettura del libro di Charles Fehrenbach, padre dell'astronomia francese. Danjon accetta di occuparsi del progetto ma rifiuta gli onorari. Sarà il direttore dell'osservatorio? Sin dal 14 luglio 1923 dei giornali discutono su queste trattative ancora segrete. L'astronomo Emile Schaer (1862-1931) dell'osservatorio di Ginevra propone già di tagliare i futuri specchi. Delle società svizzere di ottica così come la società tedesca Zeiss fanno delle proposte per la fabbricazioni delle lenti. Danjon deve essere aiutato da un collaboratore. Chi sarà? Il nome dell'astronomo americano Ritchey viene fatto.

 

Dei piani per gli specchi e la loro montatura cominciano a essere tracciati. Dina vi è associato in quanto progettista.

 


 

 

miroir armature10

 

 

 

 

Estratto del commento di questa figura, tratta dal libro di Charles Fehrenbach, Des hommes, des télescopes, des étoiles [Di uomini, telescopi e stelle], pubblicato dalle édition du CNRS, Marsiglia, 1990): "La legenda di Dina per questa figura è: 'Infine, sarebbe senza dubbio interessante trasformare le pressioni dovute all'inclinazione dello specchio in tutte le posizioni in trazione, con l'artificio dei raggi tangenti, posti intorno allal cintura in acciaio che dovrà essere munita di grappe allo scopo di reggere lo specchio (fig. 3). Facendo agire questi raggi sarà possibile trasportare le concentrazioni e espanderli su tutta la superficie dello specchio, in modo da dargli un massimo di rigidità possibile'.

 

 

Questo schema e la sua spiegazione sono tratti da una nota di Dina del 26 settembre 1923... Chi ne è l'autore? Ad ogni modo Dina dimostra che è un ingegnere".

 

Continuiamo la lettura del libro di a pagina 57, leggiamo: "Dina non è molto soddisfatto che Danjon abbia proposto di ridurre la taglia dello specchio a 2,65 metri e lui, che è ingegnere, propone uno specchio di 4 metri più sottile ma meglio sostenuto; effettua una descrizione dettaglaiata di uno specchio complesso vetro-metallo, poco realista e ancor meno realizzabile malgrado i progressi fatti sugli acciai speciali".

 

Assan Dina pensa in grande, molto in grande, per il suo telescopio, per quanto desidera poter sollevare un lembo che ricopre la Creazione. Con uno specchio di 4 metri, cosa non potrebbe veder? Ma i consiglieri scrivono dell enote che incitano alla moderazione, alla prudenza. Si deve agire per tappe, attraversoo difficoltà crescente, salire un gradino alla volta. I primi specchi saranno molto più piccoli. "Nel novembre del 1923 Dina decide di finanziare due telescopi da 1,37 metri di diametro, questo in più al grande telescopio il cui diamtero resta da definire" (op. cit.).

 

Ordina allora un disco di 1,37 metri all'officina di vetri, Saint Gobain, poi l'invio a Emile Schaer, l'astronomo svizzero costruttore di telescopi, citato precedentemente. Quest'ultimo ne assicura il taglio. I primi esemplari presi da Schaer con questo specchio si rivelano difettosi. Schaer è relegato al rango degli ottici empirici, "amatoriali", inferiore agli ottici teorici. Dina tuttavia non l'abbandona del tutto. "Daremo un altro specchio da tagliare al signor Schaer", scrive Dina in una lettera nel maggio 1924.


 

Parallelamente agli studi tecnici e alle prime realizzazioni, il progetto della "Fondazione Dina", si precisa sul piano giuridico e finanziario. "Un notaio è incaricato della redazione degli statuti. Diversi professori di diritto vengono consultati (p. 62). I Dina si riservano, in quanto fondatori, il diritto di decidere, finché in vita, degli strumenti e della loro collocazione. Si prevede anche che i redditi fissi delle officine idroelettriche dell'Aube e della Savoia devono coprire le spese di funzionamento. Danjon rifiuta categoricamente che i Dina fissino i programmi di ricerca".

 

È molto chiaro in questo passaggio che i Dina, che danno luogo all'idea di un telescopio gigante, non ne avranno la libertà d'uso. I Dina lanciano il progetto, determinano quali strumenti saranno posti, perché essi li pagano, ma, dopo aver pagato, si chiede loro di lasciare i ricercatori lavorare su un programma che essi non dirigeranno.

 

La redazione degli statuti, estremamente complessa, procede a rilento. Affinché l'Accademia delle scienze, una delle cinque accademie che compongono l'Istituto l'Istituto di Francia, si interessi effettivamente al progetto dell'Osservatorio Dina, un professore lancia l'idea di una donazione immediata all'Accademia. Questa donazione è firmata il 4 aprile 1925 tra gli sposi Dina e due segretari perpetui di quest'accademia.

 

Riassumendo i coniugi Assan Dina, i fondatori, danno all'Accdemia dell eScienze un osservatorio consacrato all'astronomia. Degli studi sono in corso. Un Consiglio amministrerà le realizzazioni. Sarà composto da diciasette membri, di cui sei nominati dall'Accdemia e undici dai fondatori, i coniugi Assan Dina. La Fondazione porrebbe a disposizione dell'Office National de Météorologie [Ufficio Nazionale di Meteorologia] le sue capacità scientifiche. Per assicurare il funzionamento su un piano finanziario i fondatori utilizzeranno delle entrate tratte dal funzionamento delle centrali idro-elettriche attualmente in corso di realizzazione.

 

L'Académie des Sciences [l'Accademia delle Scienze], da parte sua, si associa scientificamente ai lavori, soprattutto per lo studio e la realizzazione degli strumenti. A titolo di impegno formale i coniugi Dina versano subito un milione di franchi all'Accademia, come base dei futuri lavori. Questo dono porterà il nome ufficiale di "Fondation Dina". Non è sette mesi più tardi, il 18 novembre 1925, che il milione viene versato in Buoni della Difesa.

 

La creazione di questa Fondazione non è che la conseguenza logica di avvenimenti verificatisi in precedenza. Infatti sin dal 1923, Danjon ha già contattato l'astronomo americano W. Ritchey per associarlo al progetto del grande telescopio e chiedergli di associarvisi.

 

Ritchey ha preso le cose nelle sue mani, per via epistolare, prima ancora di trasferirsi in Francia. Assan Dina è già in relazione con la Compagnie des glaces [Compagnia degli specchi] di Saint Gobain per costruire uno specchio di 2,65 metri di diametro. Assan Dina infatti procede nella realizzazione del suo progetto. Non è uno che perde tempo. Ricthey solleva problemi di cottura del vetro, di colata, così come delle inevitabili deformazioni dello specchio in seguito alla sua fissazione definitiva nella montatura del telescopio. Chiede allora di aggiornare l'ordinazione, e propone in sostituzione di costruire degli specchi di nuovo tipo, degli specchi cellulari. Danjon e Assan Dina obbediscono.

 

La Francia perde così l'occasione unica di avere il suo telescopio gigante.

 

Assan Dina prende in carico le spese di viaggio di Ritchey che giunge definitivamente a Parigi nell'aprile del 1924. Ritchey parte in seguio il 1° maggio 1924 a Bar sur Seine per lavorare con Assan Dina che dirige la costruzione di un impianto idroelettrico, come abbiamo già detto in precedenza.

 

Charles Fehrenbach, p. 75 (op. cit.): "All'inizio, l'intesa tra Ritchey e Assan Dina è perfetta e quest'ultimosi entusiasma di fronte alle idee grandiose di Ritchey. Questi progetti di Ritchey sono naturalmente accolti con scetticismo dagli astronomi e il generale Ferrié... Ritchey sviluppa l'idea di un telescopio-coelostat (telescopio torre, con pozzo verticale)... Dina propone la dimensione di 6 metri per gli specchi piani".

 

Ritchey rivendica infatti di riuscire a far costruire degli specchi di tali dimensioni. Calcola che lo specchio di 6 metri peserà 260 tonnellate e che uno specchiodi 5 metri peserebbe anche 150 tonnellate. "All'annuncio di queste masse, anche Assan Dina si spaventa e il progetto viene ridotto a 4 metri". I consiglieri della Fondazione chiedono con maggior realismo che questi progetti ambiziosi siano dapprima condizionati dalla riuscita di un primo specchio di 1,50 metri.

 

Il 18 giugno 1924 Ritchey tiene una conferenza alla "Société Astronomique de France" [Società Astronomica di Francia] dove egli descrive le sue idee innovatrici sugli specchi cellulari. Riporta un successo e ricevela medaglia Janssen. L'idea dello specchio cellulare è la seguente: di uno specchio classico, pieno, non si conserva che il sottile strato di vetro, da due a tre centimetri di spessore, della parte superiore, con la curva necessaria, e la stessa cosa vale per la parte inferiore. Tra le due lamine di vetro lo spessore mancante è sostituito dall'aria. Le due lamine di vetro sono legate tra di loro da dei tramezzi o alveoli di vetro sottile, costituendo lo spessore necessario, ma senza il peso di un vetro pieno, i sottili alveoli di vetro essendo piebi di aria. Ritchey propone di costruire così un primo specchio prototipo da 1,50 metri di diametro. Le prove iniziano con degli specchi di 40 o 50 centimetri di diametro. Sin dal 13 maggio 1924, a Bar sur Seine, Ritchey disegna i piani della sua macchina per molare gli specchi sino a una dimensione 1,75 metri.

 

Ma sin da quest'epoca delle nubi oscure si frappongono tra Ritchey e Assan Dina. Infatti un accordo era stato trovato tra i due che riguardavano gli appunti di Ritchey, rivisti al ribasso in vista delle sue pretese esorbitanti. Quest'accordo è denunciato dalla moglie di Rithey. Quest'ultimo si mette a fare dei ricatti sulla sua presenza. Cosa ancora più importante Ritchey dichiara a Assan Dina "che non vuole fare il suo colosso per la Francia, perché non esiste nessun luogo adatto". Assan Dina accetta un aumento degli onorari di Ritchey del 50%, ma la fiducia è sparita tra Ritchey da una parte e Assan Dina, il generale Ferrié e Danjon dall'altra. "Dietro il brillante astronomo si scopre un businessman" (lettera di Ferrié a Danjon del 16 maggio 1924).

 

Ritchey alloggia a Parigi, al secondo piano dell'Osservatorio, il suo laboratorio, vicino all'istituto d'ottica. Una convenzione Ritchey-Dina viene firmata il 20 giugno 1924, sotto l'egida del vetraio Saint-Gobin. A meta di novembre un primo specchio cellulare di 40 cm è assemblato,posto in forno e raffreddato per 18 ore. Compare una piccola incrinatura. Finisce con l'attraversare tutta la faccia anteriore. Lo specchio viene tuttavia molato, Dei rigonfiamenti regolari di 1/50 di micron, simili a piccole bozze, compaiono.

 

Molti mesi di ricerca e di lavori sono necessari per rimediare a questi problemi. Ritchey vuole bruciare le tappe e inizia la costruzione di un altro specchio di 75 cm, che sarà il vero prototipo dello specchio di 1,50 m, scopo fissato da Assan Dina. Quest'ultimo emette diverse osservazioni pertinenti sulla foratura dei tramezzi previsti per la circolazione dell'aria all'interno degli alveoli dello specchio cellulare. Questo specchio di 75 cm è ultimato nel novembre del 1925. Immaginate una lamina di vetro di 75 cm di diametro che non ha che 1,3 cm di spesore! Tuttavia sin da giugno 1925 1925 Ritchey inizia a lavorare anche sullo specchio di 1,50 m perché Saint Gobin ha consegnato i dischi di vetro ei tramezzi che si intercalano tra le due lamine.

 

In quel momento l'assistente americano di Ritchey, Bower, lo lascia. Ritchey esige che suo figlio, Ritchey junior, sia assunto. Ma dovrà accettare anche Couderc, brillante dottore in chimica e giovane astronomo di Strasburgo. Una volta  di più Assan Dina accetta di pagare le spese extra: le due persone sono assunte nel settembre e ottobre 1925.

 

Sorgono dei contrasti sulla valutazione delle difficoltà tecniche e la loro soluzione tra Ritchey e Couderc, menter lavorano allo specchio di 1,50 m. Le relazioni sono tese. Nel dicembre del 1925 l'assemblaggio dei tramezzi che devono ricevere il menisco di vetro da 1,50 m è terminato.

 

In una lettera del 4 marzo 1926 spedita a Danjon, Assan Dina fa il punto della situazione. Scopriamo che Dina è tenuto distante dalle ricerche da parte dell'equipe del laboratorio di ottica dell'osservatorio di Parigi. Capiamo la sua delusione e cattivo umore. Lo specchio da 1,50 m, completamentemontato e attaccato, è collocato in forno. La cottura inizia il 20 marzo 1926. Il 14 aprile lo spegnimento molto progressiva dei bruciatori inizia.

 

Un giornalista scientifico, il signor F. Honoré, della celebre rivista parigina "L'Illustration" è ammesso a visitare il laboratorio di ottica durante la fase terminale, la fine del riscaldamento. Pubblica un articolo do elogio su Assan Dina, ingegnere e mecenate, e Ritchey, tecnico astronomo di fama.

 

L'articolo sarà pubblicato 10 giorni più tardi, il 24 aprile del 1926.

Leggete quest'articolo cliccando sulle sei foto qui sotto.



 

 

 

 


 

 

pagina 1

Revue L'Illustration d'avril 1926

 

 

   

 

 

 

 

pagina 2

Revue L'Illustration d'avril 1926

pagina 3

Revue L'Illustration d'avril 1926

pagina 4

Revue L'Illustration d'avril 1926

 

pagina 5

Revue L'Illustration d'avril 1926

 

pagina 6

Revue L'Illustration d'avril 1926

 

 

Due punti sono molto importanti. La foto in basso a sinistra della prima pagina dell'articolo mostra tre persone che si stanno chinando su uno strumento di osservazione. La persona a sinistra è Assan Dina. Si tratta di una delle rare foto note di lui. Infine alla sesta pagina F. Honoré scrive questa frase: "Lo specchio da 1,50 m è oggi quasi terminato, e il signor Ritchey... preferisce non pubblicarne la fotografia prima di aver verificato le sue qualità ottiche".

 

Cosa si deve dedurne?...


Si produce un grande trambusto! F. Honoré deve riscrivere la fine del suo articolo cinque giorni prima della sua pubblicazione. Il 19 aprile, durante il processo di raffreddamento, lo specchio si rommpe.

 

Couderc spedisce un telegramma: "Parigi, 19 aprile 1926 ore 10h 05: Estrazione dal forno non ancora completata - gravi rotture scoperte - confidenziale - Couderc".

 

È la catastrofe!

 

Ritchey richiede il segreto più assoluto nei confronti di Danjon ma anche di Assan Dina. Quest'atteggiamento puerile di una persona che si sente colpevole non è giustificabile. Couderc scrive allora a Danjon: "...la povera Fondazione reggerà il colpo?". Assan Dina non è avvertito da Ritchey, Couderc o Danjon. Tuttavia un tecnico del laboratorio, il signor Delloye, gli telegrafa per dirgli che ha bisogno di vederlo.

 

Assan Dina capisce subito. Charles Fehrenbach, (op. cit. p. 96): "Egli inviò a Couderc una posta pneumatica che gli chiedeva di poterlo incontrare. La sua reazione è immediata e brutale: decise di separarsi da Ritchey". Ritchey, Couderc e Danjon si stringono i fianchi. Assan Dina, durante colloqui tempestosi, "straripa di ingiurie, di accuse...". "Il nostro uomo (Dina) non è forte, e la sua tattica è pietosa... ecco Dina vessato e umiliato..." scrive in una lettera ancora Danjon al generale Ferrié.


Al di là di tutte queste schermaglie verbali tra i protagonisti dell'affare, una cosa è chiara: Assan Dina è un uomo d'onore. Se Ritchey gli aveva telegrafato immediatamente durante la rottura avvenuta durante il raffreddamento dello specchio, invece di tenere nascosta questa catastrofe, vero segreto di Pulcinella, Assan Dina sarebbe stato più paziente e comprensivo. Altri specchi, più piccoli, si erano incrinati o spezzati durante il raffreddamento, vera fase critica in materia. Assan Dina lo sa. Ma qui, è stata fatta una congiura del silenzio attorno a lui, lui il mecenate, lui e a sua moglie Mary Wallace Dina. La coppia Dina è ridotta ad essere un semplice finanziatore. "Pagate e state zitto", oserei scrivere.

 

Assan Dina rimprovera a giusto titolo a Ritchey di aver lavorato per suo proprio tornaconto in alcuni momenti, mentre il progetto del grande telescopio era prioritario. Il comportamento di Ritchey di fronte al laboratorio di ottica del'osservatorio di Parigi, dopo la scomparsa di Assan Dina, mostrerà che Dina aveva ragione.

 

Fehrenbach, scrive nella medesima opera già citata: "Perché la rottura tra Dina e Ritchey fu così violenta? Dina è l'uomo d'affari della Signora Dina. È lei che desidera realizzare il grande progetto. Come uomo d'affari Dina ha fissato termini, accettati da Ritchey: il completamento dello specchio cellulare da 1,50 m per giugno del 1925. Ora arriviamo ad una sconfitta nell'aprile del 1926.

 

Le somme sborsate sono considerevoli. Si possono stimare in molte centinaia di migliaia di franchi per il laboratorio di ottica. Assan Dina ha finanziato una parte della strada del Salève, ha fatto delle spese per il Monte Bianco, ha acquistato degli aerei e fatto dei paracadutaggi sulla cima (torneremo su questi avvenimenti non ancora affrontati). A queste spese si aggiunge il milione di franchi della Fondazione Dina dell'Accademia.

 

D'altra parte, i piani del telescopio da 1,50 m, stabiliti sotto la direzione di Ritchey, sono stati fortemente criticati da Dina. Danjon è del tutto d'accordo con queste critiche. È allo stesso tempo la concezione globale di Ritchey e l'esecuzione di dettaglio da parte dei suoi disegnatori che sono oggetto delle sue critiche. D'altra parte, il laboratorio ha studiato il Telescopio-coelostat di Ritchey senza l'accordo formale di Dina".

 

La signora Dina interviene nell'affare e scambia alcune lettere  con Danjon, cercando di gestire le due parti. Si rivela essere una persona dai poteri decisionali a parte intera. Il 7 maggio 1926 Richey viene rimosso. La signora W. Dina telegrafa a Danjon: "Sono del tutto dello stesso parere del signor Dina e sostengo definitivamente rimozione Ritchey ritirando tutte le mie valutazioni e lettere precedenti su questo argomento. Ciò non implica affatto cessazione Fondazione Dina. Stop. Avvertite Ritchey che accomondamento non ha potuto verificarsi - Mary W. Dina -".

 

Il generale Ferrié ha incontrato direttamente la signora W. Dina a Parigi. Scrive a Danjon il 12 maggio 1926: "Ho appena trascorso due ore con la signora Dina. La povera donna pensa certamente come noi, ma vuole innanzitutto conservare suo marito, così obbedisce ai suoi istinti ed i suoi cambiamenti vengono da lì. Non ha grandi speranze  di salvare l'amore in queste condizioni ma tenterà ancora. Il suo parere è che il signor Dina non demorderà dalla sua opinione riguardante la sospensine di Ritchey... I Dina saranno a Marsiglia il 15 ed in seguito andranno alle Avenières".

 

In una lettera scritta il giorno seguente egli spiega ancora: "... La signora Dina sta bene, è ringiovanita ed era vestita allegramente, la B. non essendo più là per vestirla criticando... Le ho detto che suo marito era molto stanco, lei ha risposto che lo sapeva... e che non si era fatto visitare dal suo medico...". La lettera parla della prosecuzione del laboratorio di Ottica, all'Osservatorio di Parigi. Assan Dina non pagherà più o soltanto la metà delle assegnazioni di Ritchey e di suo figlio, il resto sarebbe stato preso in carica dall'Accademia. La lettera termina con: "La signora Dina (ci) capisce molto bene e sono certo che combatterà per noi, ma perde la testa quando suo marito le dice che la lascerà se vuole dirigere l'opera contro le sue proprie idee".

 

Veniamo a conoscenza di un aspetto importante della vita della coppia Assan Dina e Mary Shillito. Sono nate delle tensioni. Assan Dina ha certamente in quel momento un'altra donna, "la B." come scrive il generale Ferrié. Evidentemente la signora Dina ha finito con il confidarsi al generale Ferrié, persona alla quale una relazione di fiducia è nata. Chi è questa signora B.? Nessun elemento permette di avvicinarci alla soluzione di questa domanda che, presentemente, è marginale. Se Assan Dina ha avuto quest'avventura extraconiugale, ricordiamoci che Mary non era spinta verso il sesso maschile. È innanzitutto un'avventura spirituale che lega Assan Dina e Mary Shillito. La coppia rimane senza figli. È appena importante notare che la frequentazione di quest'altra donna ha finito con il minare la signora Mary W. Dina nella sua sicurezza di sé. Cerca dunque di riconquistare suo marito, a conservarlo ad ogni costo, persino a ritrovarsi sistematicamente d'accordo con il suo parere, malgrado a volte abbia un parere diverso. Ricordiamoci anche che tutta la famiglia di Mary è deceduta. È sola, ricca, ma sola.


L'avventura del Laboratorio di Ottica dell'Osservatorio di Parigi, chiamato anche Laboratorio Dina, continuerà. Non entrerò nei dettagli. Ritchey rimase ma con un nuovo incarico e con una nuova funzione. Gli studi sfuggono sempre di più ad Assan Dina. Il suo progetto si trasformerà. Il progetto iniziale è morto. Gli studi atmosferici sono d'altronde senza appello: l'atmosfera del monte Salève non è assolutamente propizia alle osservazioni con telescopio, tutt'al più tre notte all'anno. Il sito ideale è a Fortcalquier, in Alta Provenza.

 

Le produzione e gli studi del "laboratorio Dina" si ritroveranno a Fortcalquier, in quel che diventerà l'attuale osservatorio di Saint Michel di Haute-Provence. Il signor Charles Fehrenbach, op. cit., scrive a p. 112: "... La decisione di Assan Dina di separsi da Ritchey, di cui si può rimproverare la brutalità, è stata una buona posizione perché si doveva cambiare l'organizzazione e la vita del laboratorio...".

 

La situazione si degrada ancora, Assan Dina non ha più fiducia nelle persone. Il 3 febbraio 1927 Assan Dina richiede al generale Ferrié, attraverso la mediazione di un ufficiale giudiziario "di dover effettuare una revisione dei conti precisa nell'arco di otto giorni sotto pena di vedersi costretto di ricorrere a vie legali". Il 15 marzo 1927 il Presidente del Tribunale di Parigi designa un esperto. Il Generale ferrié e il signor  Danjon rispondono.


Un anno dopo, le cancellerie del tribunale civile della Senna scrivono, in data 7 marzo 1928: "Il Generale Férrié dichiara essere stata posta in relazione con M. Dina alla fine del 1922 dal Generale Delcambre... Si trattava di studiare lo stabilimento di una grande stazione di Telegrafia Senza Filo da installare sul Monte Salève in vista di trasmettere le informazioni meteorologiche raccolte da una importante organizzazione progettata dai signori Dina e Delcambre. All'inizio del 1923, il signor Assan Dina richiese anche al Generale Ferrié la sua collaborazione in vista della costruzione di un telescopio per studiare alcuni fenomeni astronomici... Il signor Dina progettò inoltre la creazione di una "Fondation Dina" che disporrebbe di osservatori e strumento la cui esistenza sarebbe assicurata dai redditi provenienti dalle officine idroelettriche già in corso di costruzione nell'Aube e nell'Alta-Savoia...".

 

Il Generale Ferrié incontrò delle difficoltà per l'ottenimento di alcune agevolazioni amministrative che richiedevano quest'ultimo (Assan Dina) nel dipartimento dell'Aube a favore dei suoi impianti idroelettrici. Per risolvere queste difficoltà e convincere le autorità e industriali dall'intenzione del signor Assan Dina, il Generale Ferrié suggerì a quest'ultimo di versare 1.000.000 di Franchi all'Accademia dell Scienze a suo nome e a nome di sua moglie... D'altra parte il Generale Ferrié dice di aver iniziato delle trattative con una Compagnia di Elettricità, la Société Lyonnaise des Eaux et de l'Eclairage, 73 bd Hausmann a Parigi, per l'acquisto della corrente delle fabbriche delm signor Dina dopo il loro completamento. Un trattamento molto vantaggioso fu così accordato a quest'ultimo. Inoltre il Generale Ferrié dichiara di aver più volte, per risultare gradito al signor Dina, accettato di incaricarsi dell'acquisto a prezzo ridotto di impianti per l'uso personale di quest'ultimo".

 

Charles Ferhenbach, scrive: "L'atteggiamento della signora Dina è sorprendente. È contrariata dal comportamento di suo marito e lo dice chiaramente ai Ferrié. Quest'ultimi  continuano a riceverla quando il marito non è a Parigi... Tuttavia i Ferrié hanno pietà di lei, soprattutto quando cadde gravemente ammalata. La signora Ferrié effettuerà numerose visite all'ospedale in cui la malata soggiornerà alcuni mesi. Si aveva paura per la sua vita però si riprenderà. La signora Dina prende dunque il partito del Generale Ferrié e di Danjon, giungerà sino ad offrire 8.000 Franchi alla signora Ferrié per coprire le spese legali.... La signora Dina ha una vita molto difficile, è una donna ricca, suo marito non ha una fortuna personale. Ma nel corso del tempo, ottiene delle lettere di donazioni dalla signora Dina e vedremo come dopo il suo decesso la situazione sia molto complessa".


Il decesso improvviso di Assan Dina fermerà tutti questi affari.

 

 

 

 

 

[Traduzione di Massimo Cardellini]



 

 

 

LINK al post originale: 

Assan Dina, le projet du plus grand observatoire de France

La Via dell'Alchimia - in Personaggi
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22 febbraio 2012 3 22 /02 /febbraio /2012 09:39

Assan Dina

 

 

L'opera scientifica, Dina ingegnere in idroelettricità

 

 

Dina, 01

 

 

 

5) Il messaggio pubblico di Assan Dina, la sua opera scientifica

 

 

Assan Dina sviluppa un lavoro scientifico su due piani.

 

Inanzitutto Assan è un ingegnere, specialista in idroelettricità. Fa dunque costruire delle centrali elettriche utilizzando il "carbone bianco", processo innovativo che  fanno concorrenza alle centrali elettriche che vanno a gas o a carbone. Si guadagna da vivere con questa attività.

 

Il secondo piano è il prolungamento della sua riflessione filosofica, sviluppata sui muri della cappella delle Avenières e nei suoi tre libri, in perfetta coerenza. Questa riflessione filosofica pone in modo centrale e ricorrente li legame tra la Materia e lo Spirito, su scala microcosmica o macrocosmica, l'uomo essendo posto in mezzo ad essi. Per appoggiare questa riflessione in campo macrocosmico Assan Dina intende utilizzare gli strumenti che la modernità dà all'uomo. Desidera sviluppare un insieme di strumenti geofisici per scrutare la terra e il cielo, al fine di sollevare un lembo del velo che ricopre l'Universo e la sua comprensione. Decide dunque di far costruire un osservatorio sul monte Salève, non distante dal castello delle Avenières, dotato degli ultimi perfezionamenti.

 

 

5A. Assan Dina, ingegnere in idrolelettricità

 

 

Poche informazioni affidabili sono disponibili attualmente. Avrebbe edificato delle centrali in diversi dipartimenti, dell'Isère, la Savoia, l'Alta-Savoia e l'Aube. A quest'epoca vi erano una moltitudine di piccole compagnie private, indipendenti, isolate. Sono tutte sparite, così come i loro archivi.

 

Due centrali elettriche di Assan Dina restano tuttavia visibili oggi, almeno il sito su cui esse sono state costruite.


 

5A-1. La centrale idroelettrica di Bar-sur-Seine.


A trenta chilometri nel sud-est della città di Troyes si trov, sul corso della Senna, la piccola città di Bar-sur-Seine, nel dipartimento dell'Aube. Il suo corso d'acqua è regolato, nel cuore della città da uno sbarramento che permette il funzionamento di un mulino, da una parte, e da una centrale elettrica, dall'altra.

 

Il giornalista Jacky Provence, pubblica un articolo il 29 giugno 2007 sul giornale on line "Auboisement" su questo patrimonio oggi in pericolo: "La seconda parte dell'insieme degli edifici è una centrale idroelettrica. I lavori iniziarono nel 1923. La produzione di elettricità cominciò nel 1929. È senz'altro la prima costruzione del sud del dipartimento a utilizzare una struttura in cemento armato (carpenteria, pilastri, terrazza). L'edificio ospitava quattro turbine. Esse alimentavano due alternatori di 220 e 125 kilowattora. La centrale era accoppiata con un altro edificio a Fouchères, che commandava a distanza. Esse fornivano elettricità a 14 comuni della valle della Senna tra Bar-sur-Seine e Bréviandes".

 

 

barsurseine1.jpg

A sinistra in arancione la centrale elettrica dal tetto piatto. A destra il mulino si eleva su quattro piani. La sala delle turbine e degli alternatori è fornita di grandi vetrate. Sotto le condotte evacuano l'acque delle turbine nella Senna (tutte le foto sono di Jacky Provence).

 

 

barsurseine2.jpg

Sullo sfondo, a sinistra, la casa alta ospita il trasformatore che eleva la tensione elettrica allo scopo di assicurare la sua distribuzione su lunghe distanze senza perdite.

 

 

Egli prosegue: "Il costruttore era un Mauriziano, Assan Dina. Era nato a Pamplemousses sull'isola Mauritius, il 12 aprile 1871.... Era uno scienziato che, grazie ai profitti che contava di trarre dagli impianti idroelettrici installati in Savoia e nell'Aube, doveva edificare l'Osservatorio dell'Alta Provenza, destinato a far recuperare alla Francia il suo ritardo nel campo dell'astrofisica... Il proprietario attuale ha posto delle nuove turbine e ha rilanciato la produzione di elettricità. Rimane il fatto che la costruzione meriterebbe un ammodernamento. La struttura in cemento armato si è molto degradata in alcune zone, in particolare a livello del cornicione. Esiste un articolo sulla costruzione e l'attivazione della centrale nel giornale "le Petit Troyen" del 1931, con una foto di Assan Dina davanti il pannello di controllo della centrale...".

 

 

 

5A-2 La centrale idroelettrica di Chosal che alimenta il castello delle Avenières, in Alta-Savoia.


Assan Dina progetta l'elettrificazione del castello delle Avenières e dei comuni circostanti. Elabora un piano su pergamena dove rappresenta i diversi comuni e l'impianto elettrico. L'ha chiamato l'UE, annotato con la matita rossa, a destra sul piano tracciato di sua mano, firmato e datato 14 agosto 1917. Precisa: "Per servire all'illuminazione elettrica del cantone".

 

 

Dina_piano_elettrificazione03.jpg

 

Si può vedere in alta definizione il centro della carta, che mostra il castello delle Avenières.


Qui sotto la firma di Assan Dina.

 

dina_firma.jpg

Quello stesso anno Assan Dina acquista dei terreni nella valle delle Usses, situati a quattro chilometri in basso, a volo d'uccello, dal castello delle Avenières. Scrive al prefetto il 5 marzo 1918 per chiedere l'autorizzazione di risistemare lo sbarramento sul fiume "les Usses". Questo sbarramento, attraverso una presa d'acqua, permette l'alimentazione in acqua del vecchio mulino Chosal. Assan Dina acquista quest'ultimo nel 1919 e risistema il canale di condotta d'acqua che preleva a un chilometro a monte del mulino una parte del piccolo fiume. L'acqua si dirige sino a una cisterna in muratura posta davanti alla centrale.

 

In fondo alla cisterna in muratura parte una condotta forzata in lamiera piegata e rivettata- di cui oggi non resta che una parte- secondo la tecnica dell'epoca, fortemente inclinata verso il basso. Essa raggiunge qualche metro più in basso la sala delle macchine, una grande sala di sui il livello del suolo è a due metri sotto terra.

 

Uno sfogo permette all'acqua in eccesso nella cisterna in muratura di partire direttamente nel canale sotterraneo, a otto metri sotto terra. Quest'ultimo evacua l'acqua turbinata e la riconduce in direzione delle Usses, utilizzando un tunnel di trecento metri di lunghezza. Questo tunnel si trasforma in seguito in un canale seminterrato, costeggiato da arbusti, che raggiunge più in là il corso d'acqua delle Usses.

 

La sala delle macchine è di circa cinque metri per dieci. Il suo pavimento piastrellato si situa a più di due metri sotto terra, rientrando dal lato del giardino. Esso stesso è più in basso di due metri del percorso situato sul lato opposto della casa. Ampie e alte porte vetrate, tuttora esistenti, permettono di ospitare le turbine e alternatori che sono fissati su una base in cemento che sporge rispetto al suolo. Qui la condotta forzata distribuisce l'acqua alle due turbine verticali. Esse azionano l'alternatore fissato all'altro capo della sala macchine attraverso una cinghia. In un angolo della sala una magnifica scala a chiocciola metallica molto stretta permette al tecnico di salire al piano superiore in cui alloggia con la famiglia. A quei tempi il rumore delle macchine non è un fastidio su cui ci si attarda. Oggi, ovviamente, non vi è nessuna macchina.

 

 


 

chosalentree04.jpg

Entrata alla sala delle macchine della fabbrica idroelettrica di Assan Dina. Varcata questa porta si deve scendere da una scala di 2 metri di altezza per arrivare a livello del suolo, delle turbine. Al piano superiore si trova l'abitazione del tecnico e della sua famiglia.

 

 

chosalescalier05.jpg

Dalla sala macchine la scala raggiunge l'abitazione. Una scala a chiocciola a tre giri sale i sei metri di altezza.

 

 

usine06.jpg

A destra, il serbatoio, piano inclinato molto ripido, che raggiunge con quattro gradini di cemento di un metro di altezza ognuno circa, l'acqua turbinata che viene evacuata dal tunnel. La foto è presa a livello del suolo, lato giardino.

 

usine07.jpgDopo aver sceso i quattro gradini, eccoci al livello meno sei metri sottoterra. L'acqua è ancora a più di due metri in basso.

 

 

usine08.jpg

Da qui parte il tunnel di 300 metri sottoterra, prima di raggiungere l'aria libera! A destra parte un breve canale in fondo al quale di versa l'acqua turbinata.


usine09.jpg

In fondo a questo canale, a destra, si vede un cilindro scuro, marrone. È il cilindro metallico che evacua l'acqua una volta uscita dalla prima turbina. Giusto dietro quest'ultimo si indovina il secondo percorso dell'acqua. In fondo un muro ferma questo canale. Essi sono sotto la camera delle turbine.

 

 

Quest'impianto idroelettrico rappresenta un vero sforzo di genio civile, di costruzione. Il fondo del canale di evacuazione è a più di dieci metri sottoterra. L'insieme deve rappresentare quasi duemila metri cubi di terra e di roccia da scavare, puntellare, evacuare, poi altrettanto volume sgomberato da murare. Tutto è effettuato a forza di braccia perché non vi erano perforatrici ed escavatori. Questo compito titanico è stato effettuato tra il 1917 e il 1922 da muratori italiani, riforniti di materiali da camion con ruote gemellate della guerra del 1914-18.

 

In confronto l'impianto di Bar-sur-Seine è indubbiamente più facile da realizzare, i lavori del genio civile essendo minori in rapporto a Chosal.

 

Un rapporto tecnico fatto nel febbraio del 1933 da un ingegnere elettricista ginevrino, il signor Charles Roger Demole, indica con precisione l'equipaggiamento elettrico: "... L'installazione comporta due turbine verticali, sistema Francis, con regolatori automatici, costruiti dalla casa Escher-Wyss & Cie a Winterthur; esse sono situate un po' al di sopra della metà dell'altezza di caduta e lavorano per reazione; utilizzando un flusso di 0,925 m/3 sec., esse sviluppano una potenza da 100 a 110 cavalli ognuna, con regime di 350 giri al minuto, le due turbine sono accoppiate sullo stesso albero, che possono tuttavia essere utilizzate separatamente; questa disposizione permette durante le ore di debole utilizzazione della rete, un rendimento migliore di quel che sarebbe quello di una turbina sola con potenza doppia, la quale lavorerebbe allora in cattive condizioni. Attraverso una trasmissione a cinghie munite di un avvolgitore a contrappeso che asicura un'aderenza regolare, le turbile azionano un alternatore trifase Oerlikon che effettua 1000 giri al minuto e producono 140 KWA con 5000-5250 Volt a 50 periodi al secondo. La corrente di eccitazione è fornita sotto 100 volt, da una eccitatrice di 3 Kw montata in cima all'albero e regolata da un reostato a regolatore automatico sistema Thury. Un contatore generale e diversi altri strumenti di misura su un quadro permettono un controllo facile della produzione dello stabilimento....".

 

Questo lungo rapporto termina così: "... Conviene porre in evidenza che gli impianti summenzionati sono stati non soltanto costruiti con la più grande cura e per mezzo di materiale di prim'ordine, ma anche che essi hanno sempre goduto di una buona manutenzione di modo che sono attualmente in eccellente stato, e che le avarie sono state per così dire del tutto sconosciute, da quasi 15 anni da quando l'impianto ha preso a funzionare...".

 

Potete leggere qui il rapporto completo dell'ingegnere ginevrino.

 


Assan Dina trae dei benefici da questa attività industriale innovativa. L'elettricità erogata è venduta all'84% della sua produzione come "Luce" e per il 16% rimanente come "Forza", e cioè i motori, le pompe, ecc... Per via del suo prezzo iniziale elevato, l'elettricità tarda a sostituire le altre energie, come il gas e il carbone. È interessante leggere il bilancio di attività di questa fabbrica. Nel link che segue troverete il bilancio dell'anno 1928, anno del decesso prematuro di Assan Dina, nel 1931.


Mettiamo in rapporto il prezzo di acquisto da parte di Mary Shillito, nel marzo del 1906, degli 84 ettari di terreno nudo per un ammontare di 500 mila Franchi- valore del 1928, ossia 100 mila Franchi del valore del 1906-, con i 114 mila Franchi di utile netto che porta la vendita di elettricità nel 1928 questa piccola fabbrica.

 

La fabbrica idroelettrica di Chosal permette di illuminare il castello procurando anche al contempo degli utili al suo proprietario, Assan Dina, nel corso degli anni. Mary Shillito è stata parte pregnate finanziariamente in questa avventura? Sarebbe interessante saperlo, allo scopo di meglio distinguere il livello di indipendenza finanziaria di Assan in rapporto alla sua sposa Mary.

 

 

Ricordiamoci che c'è stato un contratto di matrimonio redatto davanti al notaio tra gli sposi, dunque separazione dei beni. 

 

 

 

[Traduzione di Massimo Cardellini]

 

 

 

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Assan Dina, l'oeuvre scientifique

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9 gennaio 2012 1 09 /01 /gennaio /2012 07:00

Il messaggio pubblico di Amina e Assan Dina

 

o la loro opera letteraria

 


Dina, 01

 

 

 

Essi pubblicano due opere nel 1917. Esse fanno parte di una trilogia. La terza opera esce soltanto nel 1927, benché già redatta nel 1916. In modo sorprendente il nome dell'autore differisce ogni volta. Pubblica anche, per quanto ne sappiamo sinora, due articoli. Il primo, di nove pagine, ha come titolo Magisme et sorcellerie malgache [Magismo e stregoneria malgascia]. È pubblicato sulla rivista Le voile d'Isis" di dicembre 1925. Il secondo, di dieci pagine, si intitola L'âme hindoue [L'anima induista] sulla Nouvelle Revue di marzo 1928, alcuni mesi prima della sua morte prematura.

 

 

 

Il primo libro di Assan Dina, "L'Astro-Dio"


La prima opera, firmata "Adina", si intitola La chair tangible de l’infini– L’Astre-Dieu [La carne tangibile dell'infinito- L'Astro-Dio].


 

Livre Adina.jpg (120158 octets)

 

Potete leggere integralmente l'opera "La Chair tangible de l'infini - ASTRE-DIEU" cliccando sulla fotografia qui sopra o consultare il suo indice per leggere alcuni capitoli. Potete anche scaricarlo in formato PDF.

 

 

 

Questo pseudonimo, benché vicino al nome vero, rende vana una ricerca per nome in biblioteca. In questo caso come lo conosciamo oggi? Per un caso incredibile del destino del bibliofilo accorto in ermetismo, Archer, prende un giorno quest'opera sullo scaffale di una libreria d'occasione. Nota la consonanza, prossima a "Dina", che conosce attraverso l'opera Fulcanelli dévoilé [Fulcanelli] di Geneviève Dubois e legge la dedica stampata dall'autore "A Madame Mary W. Dina". Non vi sono dubbi. Archer mostra per la prima volta quest'opera nel suo eccellente blog dedicato a Julien Champagne, l'illustratore dei libri di Fulcanelli, nel 2006. Dedica molte pagine a Dina e alle Avenières. Gli devo le scannerizzazioni di quest'opera.

 

Questo nome non doveva prestare a confusione all'epoca di Assan Dina. Il legame doveva essere evidente per le persone che lo conoscevano. Quest'opera, l'opera firmata Adina, sparisce tuttavia completamente dalla memoria collettiva e nessuno lo menziona più.

 

Questo libro è pubblicato a Parigi, alla Librairie de l’art indépendant, G. Revel ne è l'editore.


G. Revel è certamente Gaston Revel, membro della Società Teosofica. Tentiamo di situarlo. Egli crea, insieme a René Schwaller de Lubicz (1887-1961) e altre persone, il giornale L’Affranchi, pubblicato dal 1917 al 1919, per promuovere nuove idee sociali dopo il marasma della guerra.

 

Il gruppo dei Veglianti è fondato in seguito nel febbraio del 1919 con queste due persone e altre tra cui il poeta lituano Oscar Wladislas Milosz, "il solo mistico riuscito che io conosca" dirà di lui Nathalie Clifford Barney, e Henri Coton-Alvart, eminente alchimista ma rimastos conosciuto al grande pubblico sino alla pubblicazione delle sue famose Propos sur Les Deux Lumières [Discorsi sulle Due Luci] di Geneviève Dubois, per le edizioni del "Mercure Dauphinois".

 

Guardiamo anche la pubblicazione della Librairie de l’art indépendant.


Questa casa editrice pubblica circa 150 opere dal 1886 al 1917. La lista degli autori e opere conosciute è impressionante. Tutta la Teosofia è presente, con Héléna Petrovna Blavatsky, co-fondatrice della società teosofica, la "Revue théosophique" stessa e dei discepoli del movimento come Annie Besant che pubblica Pourquoi je devins théosophe [Perché sono diventata teosofa].


Ritroviamo anche dei poeti emergenti, solforosi a diversi titoli, come Pierre Loüys (1870-1925) la cui totale libertà sessuale commuove più d'uno, sia nelle sue opere letterarie sia personali, o come Jules Bois (1868-1943), emerito occultista, che si batte in numerosi duelli, amante della cantante Emma Calvé, quest'ultimalegata all'abate Saunière di Rennes-le-château e legata soprattutto alle belle mondane di Parigi... Sono editi anche Oscar Wilde, André Gide, Emile Burnouf che effettua la traduzione della Bhagavadgîtā, testo sacro induista e che Assan Dina citerà in una delle sue opere.


Senza sorpresa Léon e Gaston Revel pubblicano per questa stessa casa le loro proprie opere.


Infine bisogna citare due nomi importanti per la nostra storia: Marcelle Senard, che pubblica qui il suo libro sul filosofo inglese Edward Carpenter e René Schwaller de Lubicz che vi pubblica nel 1916 il suo Etude sur les nombres [Studio sui numeri].


Vediamo dunque che Assan Dina fa pubblicare la sua prima opera per una casa editrice di valore (Per coloro che ne vogliono sapere di più ecco qui di quest'editore la lista delle publicazioni.

 

 

Vi propongo un riassunto dell'opera: Questo libro è una riflessione scientifica sulla natura fisica e chimica del sole così come sui legami che lo uniscono al suo corteo di pianeti. Per lo meno così egli dice perché una riflessione filosofica sottende completamente lo sviluppo del suo pensiero e delle sue ipotesi.


 

Assan inizia con un richiamo alla visione del sole da parte delle civiltà anteriori. Spiega come il tracciato semplificato dell'occhio, costituito dalla sua pupilla e dalle sue palpebre, rappresenta per gli iniziati di alcuni popoli, africani soprattutto, il sole e la corsa ellittica dei pianeti intorno. Si appoggia qui sul suo vissuto in quelle contrade. Denuncia di passaggio alcune correnti di pensiero: "I negri, razze inferiori, non possiedono anima, il che permette di spogliarli e ucciderli senza scrupoli" (Astre-Dieu, p. 14-15). Ci gratifica anche con un magnifico messaggio: "Sarebbe sbagliato ridicolizzare qualcuno per le sue credenze. Ognuno sogna l'Infinito secondo le sue facoltà".


Oggi ancora, egli ci dice, l'eliocentrismo è difficilmente ammesso in alcuni ambienti. Negli Stati Uniti, ad esempio, delle persone facoltose promettono dei premi a chiunque possa portare delle prove a favore del sistema geocentrico.

 

 Dopo questo preambolo Assan Dina sviluppa un argomento scientifico. Si appoggia sull'analisi spettrale del sole fatta dagli astronomi per dedurne la sua composizione chimica. Nota l'abbondanza decrescente del ferro, del manganese, del cobalto..., tutti corpi che cristallizzano nel sistema cubico. Si interroga sulla natura del sole: "Grandi alchimisti dissero che il sole è un blocco d'oro" (p.47). L'oro cristallizza anch'esso come cubo. Assan deplora che: "Gli alchimisti si dedicarono soprattutto alla ricerca dell'oro...". (p.56). Fa in seguito l'apologia del ferro, questo parente povero dei metalli, parlandone come di una persona umana. Il pensiero ricorda Fulcanelli. Esamina in seguito il nucleo, che costituisce l'interno del sole, che egli paragona a un giroscopio, per il fatto che il suo movimento proprio di rotazione rapido nel vuoto dell'universo. Attribuisce lo stesso effetto giroscopico ai pianeti.

 

La sua composizione chimica ne fa "un ambiente magnetico e elettrico di prim'ordine, il che fa del sole un mostruoso magnete naturale", dotato di un polo sud che attira e di un polo nord che respinge. Delle forse esterne gli procurano la sua energia, siano essi i pianeti attraverso il loro irraggiamento o degli universi remoti. "Tutte queste emanazioni semi-materiali formano una vera catena attraverso l'universo solare". "Il nucleo solare è nascosto da una spessa crosta, che presenta l'aspetto di un globo abbagliante, come la carne sulle ossa".

  

Evoca "la delicata questione" del calore sprigionato da questa stella. Al contrario dell'ipotesi classica del sole braciere, Assan Dina sottintende l'irraggiamento freddo dell'astro, il che era noto agli antichi: "Osiride è un Dio nero" - come scrisse Fulcanelli -. Prende molto giustamente l'esempio della temperatura sulla nostra terra: "Più si sale verso i confini della nostra atmosfera, più la temperatura è bassa". Rifiuta la teoria del sole-fuoco, di cui il principale fattore sarebbe la combustione del gas idrogeno nella corona solare. Così riassume: "Il sole darebbe l'impressione di un androgino... che soffierebbe il fuoco e il freddo". "Il suo bagliore gli deriverebbe dai suoi influssi magnetici e elettrici". Per irradiare, il sole "smaterializza delle particelle materiali per crearne delle onde luminose, elettriche con cui bombarda le distese celesti". Precisa che per un ciclo così grande alcuni miliardi di anni non contano nulla.

 

 

Il sole è costruito sullo stesso piano di un atomo. "Il suo essere comprende anche i pianeti e tutti gli spazi interplanetari", un universo come un organismo vivente. "Quest'universo è l'uovo di Brahma, quest'uovo del mondo gigantesco e così scintillante" (p.80).

 

 

cappella dorata destra

Brahma crea incessantemente il mondo, come un loto galleggiante sull'oceano cosmico. (Cappella dorata).


 

 

Lo abbiamo appena visto nella cappella dorata! Abbiamo qui la perfetta giunzione della sua opera letteraria, che prosegue e sviluppa ciò che i mosaici mostrano.

 

Il sole è allora paragonato a un indotto e i pianeti a degli elettromagneti. Abbiamo qui una dinamo cosmica. Dina impiega dei termini da tecnico, da ingegnere elettrico. Prosegue su questo registro: "Il sole ha un cuore in metallo, poiché le nostre dinamo hanno un collettore in ferro dolce. I pianeti svolgono funzione di elettromagneti, bombardano il sole con tutte le loro energie elettriche e le loro forze".

 

L'elettricità sarebbe calda, la magnetizzazione fredda. La prima disaggrega e dissolve. La seconda magnetizza e coagula. "Si ritrova qui il simbolo di una delle grandi scuole filosofiche dei giorno nostri", precisa. Egli cita l'esempio della tecnica della galvanoplastica e della luna nera e della luna bianca, che ritroviamo sulla lama 15 del tarocco- il Diavolo- della cappella blu.

 


 

15, il DiavoloLama XV il Diavolo. (Cappella blu).


 

"Gli alchimisti degni, e cioè che professano la scienza chimica, vi ricercarono meno malizia" precisa per allontanare una interpretazione moralistica del bianco e del nero.

 

L'universo solare essendo un giroscopio dotato di una velocità vertiginosa, quest'ultima sostiene l'insieme solare nello spazio. I pianeti formano il piano della ruota giroscopica. L'equatore solare è il centro vitale delle creazioni fisiche e dei corpi materiali. Il sole proietta delle materie solide soltanto soltanto nel rigonfiamento equatoriale, perché la grande velocità di rotazione vi diminuisce la forza attrattiva, la gravitazione, aumentando la forza centrifuga. I materiali della scorza essendo coagulati, fuggono per la tangente e volano attraverso lo spazio. Tra gli uranoliti proiettati, alcuni provengono dagli strati profondi della stella. Sono i germi di vita. È il fiore di loto che lancia i suoi semi nell'aria. Quest'immagine evoca la lama della cappella dorata, Brahma seduto su un loto, racchiuso dentro un arcobaleno a forma d'uovo.

 

Assan Dina termina la sua esposizione con un'immagine metafisica: "Il sole è dunque un'anima immensa, che ci contiene nei suoi fianchi come una goccia di rugiata nel calice di un fiore. Il suo "sé" non risiede soltanto nel nucleo, ma ma in tutto, nella pietra".

 

 

 

soleil_lune.jpg (103237 octets)Il sole è un'anima immensa che ci contiene nei suoi fianchi 


    

 


soleilorcarre.jpg (106276 octets)

Il Sole svelante il suo centro cubico, secondo Assan Dina.

 

 


In conclusione, questa visione del nostro "universo solare" è oggi falsa.

 

La soluzione fu data nel 1921 da Jean Perrin, che propose una fonte alternativa di produzione di energia: le reazioni nucleari tra nuclei atomici. Ma Assan Dina non fu premio Nobel di fisica come Jean Perrin e la sua visione del cuore dell'astro, sdoppiato dalla sua corona luminosa, rimane del tutto giusta ancora oggi.

 

Si deve conservare l'idea di Assan Dina che desidera ricercare gli arcani della creazione, sollevare un lembo del cielo per ritrovarvi Dio, per mezzo dellaconoscenza scientifica, discorsiva, in consonanza con la sua educazione scientifica e il positivismo del suo tempo. Ciò è talmente vero che vedremo poco dopo Assan trasformarsi in astronomo. Ricordiamoci che il Vatican ha il suo telescopio sin dal 1582. Oggi ne ha due, quello di Castelgandolfo, nella lontana periferia di Roma, e uno meno mediatizzato ma ultra-moderno, edificato nel 1981 sul Monte Graham in Arizona ngli Stati Uniti, il Vatican Advanced Technology Telescope (VATT).


Assan studia gli arcani della creazione con mezzi scientifici, ma secondo lui questa nuova conoscenza scientifica non fa che confermare l'intuizione degli antichi popoli, trasmessa sotto il sigillo dei imboli, l'intuizione dell'unità di un grande tutto, dell'esistenza di un grande essere vivente cosmico di cui non siamo che una parte.

 

 

 

Il secondo libro di Assan Dina, "La Scienza filosofica"

 


Questa seconda opera di 345 pagine è firmata con lo pseudonimo A.M.A. Si intitola La Science philosophique [La scienza filosofica]. È nella continuità filosofica del precedente.

 

È edita a Ginevra nel 1917 presso la tipografia "La Sirène". La redazione di quest'opera è terminata il 16 dicembre 1916 a Marsiglia, come indicati nell'ultima pagina. In una pagina di guardia egli annuncia la pubblicazione di una terza e ultima opera, La Destinée, la mort et ses hypothèses [Il Destino, la morte e le sue ipotesi].


Ringrazio il mio amico F. T. per aver messo a nostra disposizione questo libro, così come il successivo, libri introvabili quanto il primo.

 

Livre d'Assan Dina : la Science philosophique

 

Potete leggere integralmente l'opera La Science philosophique oppure consultar il suo indice per leggere alcuni capitolisoltanto. Potete anche scaricarlo in formato PDF.

 

 

Queste iniziali non si riferiscono a nulla di noto se non al nome mistico di "Ahor Mahomt Ahliah" assunto da René Schwaller de Lubicz per firmare un piccolo opuscolo intitolato Nécessité, edito nel 1918. Nel suo libro L'oeuvre au rouge [L'opera al rosso], edita nel 2006, Emmanuel Dufour-Kowalski vede in questa identità un legame tra Assan Dina e René Schwaller, essendo il primo il maestro del secondo. Non ritengo come certo questo legame, allo stato attuale dei documenti accessibili.

 

Un capitolo di questo blog sarà dedicato in futuro agli Schwaller de Lubicz, René e la sua compagna Jeanne Germain. Essi sono conosciuti sotto i nomi mistici di Aor e di Isha. Oltre alla loro opera simbolica ed egittologica, vedremo i legami con l'alchimia, Fulcanelli e Julien Champagne illustratore dei suoi libri.

 

 

 

 

Il terzo libro di Assan Dina "La Destinée, la mort et ses hypothèses"

 

Livre d'Assan Dina, la Destinée, la mort et ses hypothèses

 

Potete leggere integralmente l'opera La destinée, la mort et ses hypothèses" oppure consultare il suo indice per leggere alcuni capitoli soltanto. Potete anche scaricarlo in formato PDF.

 

 

 

Un primo articolo di Assan Dina, "Magisme et sorcellerie Malgache".


Grazie al suo lavoro di ricerca, Archer, bibliofilo appassionato in ermetismo, autore del blog dedicato a Julien Champagne già citato per aver reperito l'opera di Adina, L'Astre-Dieu, trova un altro documento. Si tratta di un articolo appassioanate di Assan Dina, firmato un'altra volta "Adina". È pubblicato nel dicembre 1925 nella rivista parigina dedicata all'esoterismo e alla spiritualità, Le Voile d'Isis. L'articolo di nove pagine è la riflessione di un uomo maturo- ha 49 anni- su alcuni aspetti della spiritualita e della relazione magica al mondo terrestre di piccole comunità di uomini o di donne nel Madagascar, all'inizio del suo secolo. Ricordiamoci che Assan Dina ha percorso, tra l'altro, l'Africa del sud e il Madagascar, prima terra vicina a 900 km dall'isola Mauritius, nella sua giovinezza.


 

Adina, revue Le voile d'Isis, décembre 1925

 

Leggere l'articolo


Le Voile d'Isis [Il Velo d'Iside] è una pubblicazione periodica della casa editrice parigina "Bibliothèque Chacornac", essa stessa legata alla famosa libreria esoterica Chacornac. Potete scaricarlo in formato PDF.

 

 

 

[Traduzione di Massimo Cardellini]



LINK:

Le message public d'Amina et Assan Dina, ou leur oeuvre littéraire

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17 dicembre 2011 6 17 /12 /dicembre /2011 07:00

Le carte del tarocco di Assan Dina

 

 

Il suo messaggio privato

 

 

 

 

Dina, 01

 

 

All'inizio di queste pagine abbiamo visto che Assan Dina firma i mosaici nella cappella d'oro con il suo nome, nel 1917. Quest'anno è per lui un anno di pienezza, è la maturità filosofica. Ha 46 anni.

 

Infatti la realizzazione dei mosaici si compie.

 

Avete visto le 22 lame nella cappella blu, sovrastate da un cielo azzurro punteggiato dall'oro delle costellazioni. Esse vi hanno condotto nella cappella d'oro, il naos che racchiude l'immagine del divino. Assan ci dà qui il suo messaggio metafisico e simbolico sotto forma di immagini e di geroglifici diversi.


cappella blu, voltaLa cappella blu


 

Ma questo messaggio è ad uso privato. Il castello delle Avenières non è un luogo pubblico. Soltanto gli amici visitatori possono beneficiare della lettura di questo messaggio, con certamente come privilegio supplementare un commento chiarificatore dell'ideatore.

 

Dobbiamo fermarci un momento sul tempo necessario alla concezione e all'elaborazione di questi mosaici, così come per le modificazioni da intraprendere affinché lo scrigno, la cappella, possa ricevere questo messaggio. Ideare interamente un tarocco è una cosa molto lunga: le fatiche di Oswald Wirth, che abbiamo incontrato all'inizio della nostra visita, lo testimoniano. Un anno o più di riflessione è stato necessario per approdare a questa formulazione grafica delle lame, anche se il tema di fondo di ognuna di esse non è che una semplice ripresa del tarocco di Marsiglia noto da tanto tempo.


diavolo1

 

Successivamente si deve passare alla realizzazione materiale.

 

La scelta tecnica di impiego del mosaico sorprende. Ci si sarebbe aspettato di più degli affreschi, scelta più classica. Bisogna ricollocare questa scelta nel contesto di quest'epoca, in cui vi era una vera frenesia di riscoperta delle tecniche antiche. Molti frontoni di costruzioni di edifici a Parigi durante quest'epoca riutilizzano il mosaico. Abbiamo ricordato Salomon Reinach poco fa. Uno dei suoi due fratelli, Théodore, fa eseguire dei mosaici per decorare le stanze della sua famosa Villa Kérilos, costruita tra il 1902 e il 1908 sulla riva del mare vicino a Nizza.

 

Soffitto della cappella blu

 

Come per questa villa, Assan deve ricorrere a degli operai italiani per la realizzazione di questa tecnica. Due anni sono forse necessari per la realizzazione dei mosaici.

 

Dall'inizio dell'ideazione sino al compimento, occorrono ragionevolmente tre anni,

il che fa risalire al 1914 l'arrivo di Assan Dina nel mondo di Mary Shillito, e forse anche al castello delle Avenières.

 

Ma non è tutto.

 

La cappella blu doveva in origine essere la sola cappella. Le volte indicano la ripartizione dello spazio di questa cappella. Sotto la grande volta a crociera ogivale si trova la parte pubblica. Sotto la crociera ogivale stretta si trova il luogo della celebrazione del culto, con l'altare. Non dimentichiamo che Mary si è convertita al cattolicesimo e che è una credente praticante. Abbiamo visto che ha acquistato una pala d'altare e una statua della Vergine con Bambino, tra le altre cose. La pala doveva essere vicina all'altare.

 

Riprendiamo il piano visto in precedenza, ma con questa variante.

 

planchapelle00.jpg

 

 

 

 

 

 

 

 

 

planchapelle10.jpg

 

 

 

 

Per creare la cappella dorata, nel prolungamento della cappella d'origine, diventata blu in seguito, sono stati compiuti dei lavori molto importanti. Questi lavori sono proseguiti con la creazione di una nuova entrata, rendendo obsoleta l'entrata attraverso il vestibolo dalle vetrate sigillate rivolte verso l'ingresso originale, come l'abbiamo visto precedentemente.


cappella dorata destra

La cappella dorata

 

 

Questa estensione importante obbliga a nuovi lavori di costruzione, e forse anche precedentementealla costruzione parziale. Essa permetterebbe di risolvere l'enigma sollevato dal signor R. R.: "Si vuole ancora oggi che i due primi livelli dell'edificio dovettero essere smontati del tutto, per delle ragioni rimaste inspiegate".


Senza che i due primi livelli siano stati smontati, questi lavori comportano sicuramente importanti ristrutturazioni di grandi opere. A sinistra l'estensione della cappella si vede facilmente. I musi sono spostati verso l'esterno. La facciata è nuova e la vetrata precedente spostata e reinserita nella nuova arcata.


mur-nord-ouest-1.jpg

 

 

A destra un arco doppio ci porta verso la nuova entrata attraverso un corridoio illuminato pur essendo al riparo delle intemperie. Ma perché non fare un'altra veranda in legno come quella che vediamo dipinta in blu sulla foto, o spostare quest'ultima? Secondo logica, per portare il peso della nuova stanza superiore, che è illuminata dalle due finestre slanciate della sua facciata. Le balaustre orizzontali in pietra bianca alla sua sommità indicano la presenza di una terrazza.


mur-nord-ouest-2.jpg

 

 

A cosa serve questa nuova stanza, il castello avendone già una trentina? Questa stanza è accessibile attraverso la grande scala d'ingresso. Ma sulla destra, la parte più antica, un muro o un tramezzo nasconde il suo accesso, cioè la sua esistenza. Qual è la storia di questa stanza aggiunta all'epoca dell'ampliamento della cappella da aprte di Assan Dina e Mary Shillito?

 

 

cliccate sulla foto

 


Hall d'entrée, deux époques différentes

Grande ingresso. Su queste due foto scattate in epoche diverse, l'ingresso degli anni 1980/90 è a sinistra. A destra la foro è anteriore ma non può risalire oltre al 1960, visti i neon fissati alla trave del soffitto. La comparazione mostra una differenza importante. Negli anni 80 la stanza traforata in alto alla scala si vede chiaramente, essa non lo è negli anni precedenti. È nascosta dietro una grande carat murale topografica che mostra i massicci montagnosi alpini, di Grenoble, al sud, a Ginevra certamente, al Nord. È una semplice tappezzeria pendente o una pittura che ricopre un muro? Se sì, da dove si effettua l'accesso a questa stanza occultata?

 

 

 

 

 

Resta da compiere uno studio tecnico delle costruzioni per determinare con esattezza dove i lavori più importanti sono stati effettuati allo scopo di capire l'intenzione del committente.

 

firma di Dina in mosaico  Firma di Assan Dina.


 


 

LINK a un video in cui vede il castello delle Avénières:

Il fantasma di Assan Dina


 

 

LINK al post originale:

 Les cartes de tarot d'Assan ou Amina Dina, leur message privé 

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11 novembre 2011 5 11 /11 /novembre /2011 07:00

Assan Dina arriva alle Avenières

 

Dina, 01

 

 

 

Il signor Pascal Hausermann, antico proprietario del castello, nel suo libro citato, non dà schiarimenti sulle circostanze dell'arrivo di Assan Dina alle Avenières. La signora Dubois, nel suo libro Fulcanelli dévoilé, non si sofferma anch'essa su questo punto, benché dia in poche pagine (pagina 38 e seguenti) molte informazioni inedite.

03

 

J. F. de Roussy de Sales nell'articolo citato scrive: Mary Shillito ha conosciuto Salomon Reinach, il grande erudito archeologo, per via di di Pauline Tarn - Renée Vivien come pseudonimo-, e l'invita a soggiornare alle Avenières. Salomon Reinach porta nel 1913 un collega indù, Assan Dina, che si occupa di Assirologia.

 

shillito.jpg

 

L'ipotesi che segue è anch'essa possibile. Assan Dina è ingegnere idroelettrico. Dall'invenzione dell'"carbone bianco" da parte di Aristide Bergès di Grenoble e la sua presentazione all'Esposizione Universale di Parigi nel 1889, in cui il termine fu consacrato, i primi impianti idroelettrici fiorirono lungo i corsi d'acqua di montagne allo scopo di produrre l'elettricità necessaria alle fabbriche e, in caso di sovrappiù, la luce alle case fortunate. Il castello delle Avenières ha bisogno di elettricità. È Mary Shillito che sollecita i servizi del signor Assan Dina, o è lui che, dopo averla incontrata, gli propone di farlo? La questione non è determinata, ma Assan Dina installa delle centrali idroelettriche nella regione, come menzionato nel libro del signor Fehrenbach, e nell'Aube da cui sua madre sarebbe originaria.

 

Nel 1907 la costruzione del castello inizia sotto l'egida di Mary Shillito, la committente. È consigliata dalla sua "segretaria" e amica, Marcelle Senard. Essa termina nel 1913.

 

Quello stesso anno Mary e Assan si conoscono già e decidono di sposarsi a Parigi. Il matrimonio è celebrato il 22 gennaio 1914 alle 17.45 al comune del XV circoscrizione. Assan ha 43 anni.

 

Dina_Shillito_invito_matrimonio.jpgLista degli invitati al matrimonio di Assan Dina e Mary Shillito.

 

 

 

 

 

 

 

 

Dina_Shillito_atto_matrimonio.jpgAtto di matrimonio di Assan Dina e Mary Shillito.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Dina_Shillito_addentum.jpgAddentum al contratto di matrimonio di Assan Dina e Mary Shillito, scritto sul margine sinistro dell'atto.

 

 

 

Mary Shillito è domiciliata al numero 45, Avenue de Friedland. Assan Dina risiede al numero 150, avenue Emile Zola, nel XV distretto, con sua sorella Amina Dina.

 

Amina è nata il 1° marzo 1873 in Francia. Divenne moglie a 26 anni di Rudolf Heinrich Schneebeli, cittadino svizzero, il 27 aprile 1899. Le sue nozze si svolsero a Beira, in Mozambico, dove lavorava con il signor Schneebeli, ingegnere come lei dei ponti e strade ferrate. Essi vi realizzarono una ferrovia a destinazione Johannesbourg. Questa sorella sembra aver avuto una parte determinate in quanto ai progetti di suo fratello Assan. Uno studio a questo soggetto dovrebbe essere effettuato.

 

Sarebbe estremamente interessante conoscere la lista degli invitati a questo matrimonio, in risposta alla lista degli invitati, minimalista, di Mary e di Assan. Marcelle Sénard è presente, così come le loro amiche parigine? Stewart e Wallace Shillito, gli zii di Mary Shillito, hanno compiuto il viaggio dagli Stati Uniti d'America? Béatrice Shillito, la cugina che svolge l'ultimo atto alla morte di Mary, è présente?

 

Per una risposta precisa a queste domande, potremmo capire un po' meglio questo matrimonio, e cioè se ha l'accordo familiare, valutare il grado dell'indipendenza di Mary e di Assan nei confronti della loro rispettiva famiglia.

 

Che colpo di fulmine in questo microcosmo femminile irreducibile! Quale strano rovescio di situazione!

 

Mabel-Dodge-Luhan.jpgPerché Mary ha messo gli occhi e fermato il suo sguardo su quest'uomo dipinto in modo poco elogiativo da Mabel Dodge Luhan, un'amica americana di Mary Shillito, nel suo libro autobiografico pubblicato nel 1932 Intimate memories: "...(Assan Dina)... era molto basso, ma piuttosto forte, con un viso dai tratti pesanti. Gli occhi neri distanti, un po' alla Picasso, brillavano di un violento e selvaggio luccichio. In fondo alle sue pupille si sarebbe detto che un fuoco brillava in permanenza... Aveva una grande testa incassata tra le spalle, il viso pallido dalla tonalità d'avorio, segnato da profonde rughe. La bocca, dalle labbra curiosamente spesse e pendenti, ricordava qualche mostro marino, con qualcosa di Assiro insomma...".

 

Mabel descrive in tal modo dei tratti dovuti all'ascendenza indiana di suo padre. I suoi occhi, ciglia e palpebre sono tipici dell'India, così come la tonalità della sua pelle. Il resto del viso, per contro, è conforme al volto francese delle nostre terre. La descrizione di Mabel rivela anche tutta l'indifferenza, addirittura l'animosità e il disgusto che Assan Dina ispira ad alcune donne vicine a Mary Shillito.

 

Quest'ultima deve avere delle difficoltà a convincere le sue amiche del suo interesse per Assan Dina, addirittura, se la parola non è eccessiva, del suo nuovo amore, di una nuova specie di amore anche, perché questa volta di tratta di un uomo. Che tradimento! Mary Shillito è stata colpita dall'amore di un uomo.

 

Mabel prosegue: "Non ho fatto che accettarlo con il resto del castello, come nell'antico tempo si sarebbe preso un buffone o un nano... Viveva nel periodo in cui decifrava notte e giorno delle tavolette di pietra (assire). Non appariva che durante i pasti, lo sguardo perduto e assorto a tavola, lo spirito del tutto occupato nell'antichità suppongo... Parlava raramente e sembrava sempre assorto dai suoi pensieri. Quando parlava, era a proposito degli Antichi e arrivava a fare, all'occasione, delle dichiarazioni sulle razze e sulla nostra propria razza ariana, che confutavano sempre le nostre antiche convinzioni".


Questo passo di Mabel è molto ricco di informazioni. Mostra innanzitutto che Assan Dina si isola quando Mary Shillito "riceve" le sue amiche. Non le interessa, ma la cosa reciproca sembra anche vera perché "ha lo sguardo perso, è assorto nei suoi pensieri, parla raramente". Queste signore frivole, ripiegate su se stesse nel loro narcisismo, non dovevano affatto interessarlo. Lo si può capire. Mabel percepisce anche il decondizionamento del pensiero di Assan Dina, decondizionamento in rapporto al nostro, evidentemente, perché "confuta sempre le nostre antiche convinzioni". La sua educazione, la sua cultura, sono vissute non sono centrati effettivamente sul puritanesimo dell'Ohio e il saffismo di una parte della comunità americana di Parigi. In altre parole turba doppiamente, sia nelle sue idee sia nella sua appartenenza al sesso dei "maiali".

 

Mary Shillito, in quanto a essa, sembra aver trovato il nuovo ancoraggio che gli manca. Riceve sempre le sue vecchie amiche, ma dà un posto crescente a Assan Dina nella sua vita. Lui da parte sua ha saputo egualmente fermare il suo sguardo su di lei, la donna dal viso ingrato, dai tratti pesanti, lei, Mary Wallace Shillito. Se Wallace è un nome anglo-sassone che si è anche fatto un blasone, Shillito non sarebbe l'americanizzazione di un nome indiano, d'America questa volta? Non si ritrova questa ascendenza nella pesantezza dei suoi tratti?

 

In ogni caso per Mary la separazione del suo antico mondo prosegue. La sua "segretaria", la sua amica del cuore, l'amica della sua sorella, la sua Violet in contumacia, nota il cambiamento e avverte la nuova impresa nello spirito e il cuore di Mary. Non c'è via d'uscita, Marcelle abbandona la partita  di ritira dal castello delle Avenières l'anno in cui mary si sposa. Mary shillito ha 35 anni e Assan Dina 42.

 

 

 

 

[Traduzione di Massimo cardellini]


 

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 Assan Dina arrive aux Avenières 

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17 ottobre 2011 1 17 /10 /ottobre /2011 07:00

Assan Farid Dina

 

 

 

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Assan Dina nasce il 12 aprile del 1871 nella località di Pamplemousses, sull'isola Mauritius da cui i britannici cacciarono i francesi nel 1810. Essi importarono delle popolazioni provenienti dall'India allo scopo di sviluppare le piantagioni. I francesi lo avevano fatto prima di essi con degli africani, per sfruttare questo pezzo di paradiso perduto che, non ne dubitiamo, non chiede che di servire i bisogni economici degli uni e degli altri.

 

 

1- La giovinezza di Assan Dina.

 

Non abbiamo che pochi documenti e nessuno risale direttamente a quest'epoca. J. F Roussy de Sales pubblica un articolo sul castello delle Avenières nel 1996 sulla Revue Savoisienne dell''Académie Florimontane di Annecy. Gli errori genealogici contenuti in questo articolo sono stati corretti: Assan Dina è nato a Pamplemousses nell'Isola Mauritius, il 12 aprile 1871. Suo nonno è Maragià di Lahore nell'attuale Pakistan. Suo padre Nourredine Aly Farid Dina, ingegnere del governo delle Indie, sposa Mademoiselle Mariquitta de Germonville, figli di Monsieur De Germonville e di Madame Charlotte Bosselet.


dina2.jpg

 

Assan Dina riceve un'eccellente educazione che è, come suo padre, un ingegnere. Non appena terminato i suoi studi, parte per compiere dei viaggi. Sarà un esploratore audace: percorre l'Algeria, poi il Sudafrica, l'Uganda dove studia il lago Vittoria Nianza, Madagascar e soprattutto la Cina. Conosce il cinese correntemente, entra in contatto con dei mandarini. Studia dei progetti di strade e linee ferroviarie, soprattutto in Manciuria.

 

Pascal Hausermann, nella sua opera del 1994 intitolata Assan Farid Dina ou le sphinx des Avenières [Assan Farid Dina o la sfinge delle Avenières], cita un articolo di L'Echo des Savoies, di Monsieur Sylvestre, apparso il 19 febbraio 1926: Assan Dina, di origine indù, fu orfano di sua madre all'età di tre anni morta prematuramente a Ceylon. Suo padre, che è ingegnere del governo delle Indie, gli diede una seria istruzione e lo mise molto giovane di fronte alle difficoltà della pratica. Condusse con lui una vita di viaggi e di esplorazione attraverso l'isola di Ceylon.

  

Attratto sin dall'infanzia dal grande spettacolo presentato dal cielo stellato delle Indie, si appassionò alle ricerche astronomiche. Frequentò dei ricercatori archeologici e importanti personalità religiose di questi paesi molto versati nelle Sacre scritture, che impressero nel suo spirito il desiderio di allineare, se possibile, le scienze occidentali con le tradizioni plurimillenarie dell'Estremo Oriente.

  

Tornato in Europa durante la sua giovinezza, rimase per un certo periodo in Algeria dove continuò con perseveranza i suoi studi nella stessa direzione. Soggiornando in Madagascar, prima della conquista francese del 1895, studiò gli indigeni e raccolse dei documenti inediti sulle loro origine.

 

Iniziò la sua grande carriera di esplorazione. Si trova nel Transvaal tre anni prima della guerra anglo-Boera del 1899, ha 25 anni. È di ritorno in Europa dopo la conquista del Transvaal da parte dell'Inghilterra e parte per la zona occidentale della Cina dove soggiorna per molti anni. Si dedica a far adottare un progetto di giunzione per strada ferrata dalle Indie alla Cine attraversando la regione del basso Himalaya, rivale felice della transiberiana.

 

Dai punti precedenti risulta che Assan Dina è ingegnere e che viaggia molto in Asia e nel Sudafrica. Non ne sappiamo molto ma possiamo cercare di porre in rilievo delle evidenze.

  

A Pamplemousses dove nasce Assan Dina non vi sono scuole per ingegneri. Suo padre ha dovuto farlo istruendosi all'estero. Ma dove? Certamente non nelle Indie in cui la cultura tecnologica non è sufficientemente sviluppata. Poiché Pamplemousses è sotto il dominio inglese, Assan compie probabilmente i suoi studi in Inghilterra.

 

È quanto scrive d'altronde Charles Fehrenbach, uno dei padri dell'astronomia francese nel suo libro Des hommes, des télescopes et des étoile [Di uomini, telescopi e stelle], pubblicato nel maggio del 1990 presso le edizioni del CNRS a Marsiglia, a pagina 32: "Assan Dina è un ingegnere elettrotecnico di nazionalità britannica, ma di origine indiana, che costruiva degli impianti idroelettrici in Alta Savoia e nell'Aube; sua madre era francese...". Questa frase estremamente importante ci informa della specialità di Assan ed i luoghi in cui esercita.

 

Per contro non c'è nessun rapporto tra le ferrovie in Manciuria e la specialità di ingegnere  in elettricità, e soprattutto in idroelettricità di Assan Dina. Suo padre sarebbe stato uno specialista della costruzione ferroviaria? Sua madre essendo deceduta, Assan Dina segue suo padre alla fine della sua adolescenza nel Transvaal e può essere in Cina? È una spiegazione plausibile e per me la sola possibile allo stato attuale della comunicazione esistente.


Di fronte ad ambienti sociali e culturali così dissimili e da luoghi di vita così distanti, soltanto un destino particolare può fungere da tramite tra Mary e Assan che tutto separa a priori.

 

 

 

 

[Traduzione di Massimo cardellini]

 

 

 


 

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La jeunesse d'Assan Dina

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3 ottobre 2011 1 03 /10 /ottobre /2011 07:00

Il Sole, il Giudizio, il Mondo

 

 

 

19, il Sole

Il Sole

 

 

 

 

 

20, il Giudizio

Il Giudizio

 

 

 

 

 

 

 

21, Il mondo

Il Mondo

 

 

 

La XXI lama di tarocco si chiama "il Mondo". Una donna si tiene in piedi in un ovale vegetale, in gloria e svestita, al modo delle statue antiche. Con essa termina questo giro di ruota del Tarocco, della Rota o la Ruota del Mondo, che vediamo qui in gloria, in tutta la bellezza della sua manifestazione. Questa fa fronte all'arcano undici, la Forza. Essa può essere vista anche come l'anima del mondo, e non lo stesso mondo manifestato. Ci troviamo qui tra gli archetipi.

 


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La corona vegetale è sormontata da un sole dorato, raggiante, dal cuore rosso Gli attributi dei quattro evangelisti intorno alla mandorla, tratti dalla visione di san Giovanni nella "Apocalisse", portano ad una visione cristica del quadro. Nella visione cristiana essi circondano il Cristo in gloria alla fine dei tempi.

 

Annunciano qui la "fine della gloria del mondo"?

 

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La sua mano sinistra regge due aghi con un bottone rosso e dorato, come la lama di Oswald Wirth. Qual è il loro uso?


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I quattro evangelisti sono rappresentati secondo la visione di san Giovanni all'isola di Patmos. L'angelo rappresenta san Matteo, il toro san Luca, il leone san Marco e l'aquila san Giovanni. Normalmente l'angelo è a destra e l'aquila a sinistra della mandorla.

 


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In basso alla lama del tarocco, al suo centro, si trova l'enigmatica figura geometrica. Quest'ultima mostra una specie di stella a tre punte, blu e dorate. La sua forma irregolare non ricorda nulla di definito. Il mistero resta integro.

 

 

L'insieme di queste figure, che costituiscono le XXII lame del tarocco, compongono forse un messaggio o una griglia di lettura peculiare di Dina, ideatore di questo gioco del tarocco rivisitato. La soluzione dell'enigma, la comprensione di questo insieme, è oggi forse perduta.

 

Qui sotto, come riferimento, la lama del tarocco di Marsiglia ridissegnata e dipinta da Oswald Wirth (1860-1943), nel 1889, per il suo maestro Stanislas de Guaita (1861-1897).

 

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Tarot de Wirth, 1889. Copyright © the Golden Dawn Research Trust, 2008

 

 

 

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Le Soleil, le Jugement, le Monde

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